I nostri racconti


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venerdì 2 aprile 2010

Benvenuti!



Eccovi finalmente arrivati nel nostro blog!

Come avrete sicuramente già letto nella descrizione, questo blog è dedicato a un gruppo di studenti facenti parte di un progetto scolastico innovativo e unico. Noi siamo tre ragazzi di Vicenza e frequentiamo tutti e tre il liceo scientifico G.B. Quadri. Anticipiamo che neanche noi sappiamo se questo progetto andrà a buon fine, ma siamo sicuri che sarà divertente, stimolante e diverso dalle solite e noiose lezioni di italiano. Non promettiamo di raggiungere livelli lontanamente paragonabili a scrittori famosi ma comunque sarà curioso vedere cosa verrà fuori!

Sarete liberissimi di commentare i prodotti della nostra fantasia con i vostri pareri, positivi o negativi che siano purchè costruttivi e motivati. Qui potrete leggere il nostro o i nostri elaborati, suddivisi in vari "capitoli" (post) che verranno pubblicati con frequenza settimanale (in linea di massima). Ci siamo prefissati l'obbiettivo di arrivare a scrivere più "romanzi" (non saranno certo lunghi come quelli a cui si è abituati a leggere), che possono appartenere a vari stili letterali (romanzi d'avventura, gialli, triller, fantasy ecc...). in alternativa potremo seguire un unico filone svilupppando una storia unica, letta da vari punti di vista. Tutto ciò verrà completato entro la fine di maggio e pubblicato insieme ai romanzi dei nostri compagni di classe.

Sarete liberissimi di esporre i vostri consigli in merito.


Buona lettura a tutti voi "Navigatori del Web"!


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Gioventù bruciata




"...Vedevo dall’alto di Monte Berico il centro vicentino..." _Panorama da Monte Berico_

Era una fresca sera di Maggio, me ne stavo sdraiato sull’erba morbida del cortiletto di casa. Vedevo dall’alto di Monte Berico il centro vicentino tutto illuminato, che spettacolo! Si poteva distinguere chiaramente Piazza Castello, il solito Corso Palladio gremito di giovani che escono con amici e amiche per divertirsi. Si distingueva in lontananza anche qualche paesello dei dintorni.
Si sentiva già il profumo dell’estate alle porte, i miei pensieri mi portavano in piscina a schiamazzare e ridere con gli amici. Ma la cosa che più mi martellava era lei. I suoi capelli mossi color miele, i suoi occhi verdi, intensi e profondi, il suo corpo slanciato e marmoreo. Un sorriso dolce e affettuoso, che ad ogni risata mostrava le sue simpatiche fossette, per non parlare poi della sua carnagione olivastra. Insomma una ragazza non come le decine che ogni giorno costantemente mi facevano la corte, lei era diversa. Non era assillante e gallina, non se la tirava e attirava l’attenzione per un mio fugace sguardo. Il punto era che lei mi piaceva per com’era, non per come mi appariva. Lei era semplice, spontanea, sempre sorridente, viveva la sua vita senza tener conto del giudizio altrui e apprezzando le persone per come sono e non per come vogliono apparire. An si, non vi avevo accennato che si chiamava Camilla ed era in classe con me, 2AST, tecnologico ovviamente, al Quadri, liceo scientifico che in quei due anni mi aveva fatto dannare.
Immerso com’ero nei miei pensieri, non mi accorsi che il cellulare aveva vibrato un paio di volte per segnalarmi l’arrivo di un messaggio. Guardai pigramente lo schermo sperando non fosse la solita gallina che puntualmente alle nove di sera mi scriveva quegli odiosi “Ciao, cm va” oppure “Ciao, cm va? Ke mi racc?!”. Fortunatamente mi sbagliavo. Non era una delle solite, quella volta il numero sembrava non essere salvato in rubrica. Lentamente, quasi in sintonia con la mia contrarietà a leggere l’sms, le parole comparvero chiare e delineate:
“Ciao Riky, devo farti una domanda x domani... ti disturbo? “.


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Interrogazione d'apnea





Era una gelida giornata di dicembre, più precisamente sabato 20 dicembre, ultimo giorno prima delle vacanze, così tanto agognate. Ormai ero in prima al liceo Quadri da quattro mesi e mi ero abituato ai venerdì passati a studiare quegli stra-maledetti appunti di Geografia. Avevamo il professore più infimo, bastardo e soprattutto stronzo della scuola. Pasquale Trogu. Ma il venerdì prima era stato diverso. Trogu seguiva uno schema ben preciso: un giorno interroga, un giorno spiega, un giorno interroga, un giorno spiega, e così è stato per tutto il tempo. La lezione precedente aveva interrogato, quindi era scontato che oggi dicesse i voti agli interrogati e andasse avanti a spiegare, soprattutto prima delle vacanze, in modo tale da darci i compiti. Fattostà che non avevo aperto libro e quindi non ero assolutamente preparata.
Carolina discuteva animatamente con Laura, la mia vicina di banco, durante il movimentato cambio dell’ora. C’era chi nervosamente studiava, secondo me inutilmente, gli appunti del professore, c’era chi rideva, scherzava, c’era chi, come Kristian, urlava le peggiori cose. 'Leo, fidati! Quello oggi fa lo stronzo e interroga, fidati! Non ha il cervello di una persona normale , è una macchina da omicidio studentesco! GODE delle facce spaventate degli interrogati!' mi diceva, anzi urlava dato il casino, sicura di essere nella ragione.
'Ma è impossibile Kri! Non avrebbe senso. Se oggi interrogasse, ci lascerebbe senza nulla da fare nelle vacanze, ed è inconcepibile per un sadico come lui! Credi a me. E poi non PUÒ interrogare, non DEVE interrogare! Non so neanche di cosa si parla! Ieri sono uscito, figurati se dopo un’interrogazione mi metto a studiare'.
'Fossi in te, ripasserei, tanto per non prendere 3'. In effetti, aveva ragione, meglio sapere almeno di cosa si parla.
'Uhm, hai ragione in effetti. Va beh, mi passeresti i tuoi appunti per favore?'. Tirò fuori gli appunti dalla cartella per poi passarmeli. Mentre leggevo a mala voglia inutili dettagli sulle sconosciute popolazioni della regione desertica araba, sentivo il putiferio che imperversava nell’aula e cercavo di non farci caso. La campanella era suonata ormai da circa cinque minuti e tutti cominciavano a sedersi, ordinare i banchi due a due, in file allineate alle piastrelle del pavimento, a mettere sul banco atlante geografico, blocco per gli appunti, penna nera e rossa. Così voleva Trogu, e ogni volta, con molta riluttanza da parte della classe, era così. Quando tutto fu a posto il silenzio era tombale.



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Mai fidarsi dei casa chiesa


CAPITOLO 1

Correva l’anno 1994, anno in cui i preti bevevano ancora, e vecchi amavan sparlare. Il cellulare non era ancora in mano a tutti, ma a sopperire a tal mancanza, ad oggi insostituibile, esisteva un team di vecchiette che funzionava meglio delle staffetta pre-guerra: le “Comare de paese”. Tutto ciò solo a Langora, in Riviera Berica, perché qualche metro più in là, campi e camperse, qualche metro più in qua, l’ ”aggregato urbano” che per qualche cavillo burocratico era anche città, già siamo a Vicenza. Per chi non del posto è, può anche comodamente farsi un’idea del paesello immaginandosi una strada lunga, case intorno, la ciclabile e la chiesa, che non è UNA chiesa ma è LA chiesa. Da far contorno al paesello una media di 101 vecchi su 100 abitanti, insomma, si poteva sentire odor di vecchio ancora alla rotonda della tangenziale.
Detto ciò è facile immaginare la monotonia di tal posto. Prendiamo un Vecchio a caso, alle 7 sette si va a prendere il pane, sempre il solito filone, torna a casa, colazione, partita a briscola al bar della chiesa, accompagnato da una o due ombrette e qualche divina imprecazione. Torna a casa, discute con la moglie, a mezzogiorno in punto, e guai che sia in ritardo, il pranzo. Dopo pranzo sonnellino, che per i bimbi dai nonni diventa momento “casìn”, e poi il pomeriggio ci si sbizzarriva in biciclettate o passeggiate sui colli, col bello e il cattivo tempo. Ecco, rileggete. Avete riletto? Bene, ora focalizzate il tutto e considerate che almeno una cinquantina tra vecchiotti e nonne in carriera, si dileggiano in tal monotonia. Eventi settimanali sono il mercato del giovedì, la messa della domenica e il cineforum del lunedì sera, perché la cena, dopo le 7 in punto non s’ha da fare.
Era una umida e fredda domenica di novembre, classica giornata plumbea, alberi spogli e un debole cinguettio qua e là, forse il richiamo di un piccolo smarrito. Tutto il paese era stipato nella chiesa, uno dei pochi ambienti in cui si poteva stare senza cappotto. La messa proseguiva senza grandi intoppi, ma ancora non si era arrivati al momento dedicato all’ultima cena. Già, bisogna sapere che questo momento era da sempre il più atteso della domenica. No, non certo per motivi religiosi, ma perché lo spettacolo di un prete brillo è imperdibile. Sappiate, carissimi lettori e lettrici che Don Lino, in arte Don Perignon, aveva un bel vizio per il vino. Insomma, ogni domenica non perdeva occasione di riempire per bene il calice e poi scolarlo in un sol sorso. Considerate che la domenica si è a stomaco vuoto e che un calice, non è certo un’ombretta!
Questa però è un’altra storia. Ormai ciò era una normalità, giù a Langora. Il fatto che sconvolse la calma e la monotonia del paese fu davvero insolito e singolare, oltre che blasfemo.
Era appunto una domenica autunnale e tutti nella chiesa non aspettavano altro che tutto finisse per poi rifugiarsi a casa. Come si può immaginare tutti, a parte le comare che avevan da ridire sul prete , erano assai assonnati e disattenti a ciò che accadeva all’interno della chiesa. Tutti tranne il vecchio Ettore, che da prima della scomparsa della sua povera moglie, pace all’anima sua, era diventato più osservante del buon Don Perignon. La messa aveva avuto luogo senza intoppi, a parte qualche indecisione sul cosa dire dovuto alla bocca impastata del Don per una sete un po’ troppo forte. Dopo il rito finale e l’offertorio tutti se ne andarono parlottando tra loro del brutto tempo, della “partìa de ciacole” che si sarebbero fatti al bar ecc. I soliti discorsi insomma. Il prete come sempre si fermava fuori dalla chiesa a chiacchierare con questo o quell’altra delle ultime notizie, aspettando che tutti uscissero. Finalmente uscirono tutti, anche Ettore, che era sempre l’ultimo e il nostro Don se ne poté entrare per cambiarsi e tutto il resto. Perugino, il seminarista della parrocchia stava accendendo un cero, come sua abitudine di domenica. Stranamente il cesto con le offerte della chiesa era sopra l’altare. Perignon che era nel capo opposto della chiesa se ne accorse subito.
“Sa ghe fao là el cestìn? A voria savere chi cavolo lo gà posà la! ma dime ti, sta gente, sarà mia el modo de fare le cose ah! Pfff, santi, dasime la pasiensa che senò a spaco tuto!”
“Cosa ci fa là il cestino? Vorrei sapere chi cavolo lo ha appoggiato là! Ma dimmi te, questa gente, sarà mica il modo di fare cose ah! Pfff, santi, datemi la pazienza sennò rompo tutto!”.

lunedì 25 gennaio 2010

Capitolo 3

"...Poi la voce femminile dello speaker annunciò lentamente: “Treno delle 8 e 21, destinazione Milano, è in arrivo al binario uno”..." _Binario n. 1, Stazione Ferroviaria, Vicenza_

“Stavo dicendo... ah si! E’ strano che non mi abbia detto nulla del concerto e dell’accompagnatrice” forse avevo posto l’accento su quest’ultima parola un po’ troppo, non mi andava proprio giù che si frequentassero. Lei, ovviamente, se n’era accorta e fece uno strano sorrisetto di cui non capivo proprio il senso. Proseguii, lasciando in un angolino sperduto dei miei pensieri la gelosia suscitata da quel discorso.“Ma quindi andrai al concerto a Verona, con lui?”.A quella domanda cominciò a rimbombarmi nella testa un’idea che mai mi aveva toccato fino a quel momento.“Mah... Non saprei... In mancanza di qualcos’altro da fare… si, era più che altro per non stare sola tutto il giorno. Tu invece dove vai oggi?”. Avrei potuto chiederle di venire con me a Venezia, dopotutto era meglio di un concerto di un cantante che nemmeno le piaceva. Cercavo freneticamente un pretesto per convincerla a venire con me ma le idee non erano molte e decisi di improvvisare.“Io? Pensavo di andare a Venezia, è un po’ di tempo che volevo tornarci e questa mi è sembrata una buona occasione, o no? Magari potresti venire anche tu dai! Così non devo passare la mattinata da solo!” Parve chiaramente imbarazzata e arrossì in viso. Anche così mi pareva bellissima.“No dai! Ci sono stata da poco, e poi chi lo dice a Tommy?” mi rispose cercando di calmarsi.“Ma lascialo perdere Tommy! Ti sei aggiunta all’ultimo momento, ma ciò non toglie che sarebbe andato da solo. E poi stiamo parlando di Venezia! Una città di cui non ci si stanca mai: la sua atmosfera, le persone e tutto il resto. Dai! Il treno è alle 8 e 40, abbiamo tutto il tempo di fare le cose con calma. Allora che ne dici Camy?”Ci pensò su un pochino e poi mi rispose definitivamente con un secco no.“Non posso bidonare così Tommaso, mi ucciderebbe! Mi dispiace tanto...” Ero davvero deluso. Volevo stare solo con lei, non mi interessava niente di Tommaso, del concerto, di tutto il resto. In quel momento volevo solo lei. Tentai quindi l’assalto all’arma bianca, sperando che andasse a buon fine. “E se venissi anch’io a Verona? Non vorrai lasciarmi tutto solo a vagare tra le calli di Venezia?! Dai, ti prego!” nel dire queste ultime parole sorrisi facendo capire che stavo ironizzando.“Ma certo! Vieni anche tu, così non devo neppure farmi il viaggio da sola in treno. Hai già comprato il biglietto?” .
Dentro di me urlavo di gioia, e ovviamente non lo davo a vedere. Cercavo di non dimostrare troppo di essere attratto di lei.“Mah,… non so…. devo chiedere a mia madre!” detta questa frase scoppiammo entrambi in una fragorosa risata. Le si illuminarono gli occhi. “Certo, a me va benissimo accompagnarti a Verona!”Ancora ridevamo di gusto quando arrivò il mio caffè con la brioche e mi accorsi che lo stomaco brontolava per la fame. Erano stati stranamente veloci a portare l’ordine. Da buon cavaliere le offrii la brioche sperando di poterne condividere un pezzetto, ma purtroppo rifiutò educatamente. Tra una chiacchiera e l’altra passarono dieci minuti perlopiù a ridere e a sparlare di questa o di quest’altra persona, specialmente dei professori. Mentre le stavo ricordando una delle tante stupidaggini dette, o meglio, urlate dal professore di Fisica durante una delle sue lezioni in laboratorio lei mi interruppe:“Scusami, sai che ore sono?”. Guardai l’ora nel telefono, considerando che l’orologio me l’ero dimenticato a causa della fretta.“Le... aspetta... le 8 e 17, in questo istante”. Le dissi lentamente. Fece una smorfia di disappunto e un velo di terrore le comparve nel volto.“ Caz... cavolo! Il treno è alle 8 e 21! Siamo in stra, stra ritardo Riky!”. Si alzò afferrando la borsa, mi si avvicinò e mi prese l’orecchio.“Dai scemo, muoviti a finire!”.Inghiottii l’ultimo pezzettino ancora farcito del cornetto e trangugiai in un sorso il caffè. Presi lo zaino e me lo buttai sulle spalle e nel correre dietro alla ragazza mi ricordai di una cosa. Mi girai di scatto, rischiando quasi di mandare a gambe all’aria la cameriera e la colazione che stava servendo. Presi il portafoglio e buttai sul tavolo una banconota da cinque euro e qualche moneta. Cominciai a correre per raggiungere Camilla, e quando arrivai da lei, le chiesi se aveva pagato. Lei sbarrò gli occhi, trattenendo quasi a stento un’imprecazione, e rallentò. In quel momento ringraziai la mia previdenza, la presi dolcemente per mano, godendomi il tocco delle sue sottili dita.“Vorrà dire che mi devi una colazione sai?!”. Quando realizzò che avevo sistemato io il conto mi ricambiò con un sorriso di riconoscenza.“Sei un amore...” quelle parole mi mandarono in orbita. Mi ero ripreso dal quel momento per me magico e ricominciai a correre.“Ma perché tutta questa fretta Camilla!? Mica perdiamo il treno!”“Si sciocco! È alle 8 e 21! Lo perdiamo se non ci diamo una mossa!” Alzai gli occhi al cielo, pregando che fosse in ritardo come ogni normale treno italiano.“Ma non potevi dirlo prima accidenti!”. Affrettai il passo. Avevamo appena passato la porta di Piazza Castello quando mi resi conto che eravamo ancora mano nella mano, e lei sembrava me la stringesse più forte di prima. Non riuscii a trattenere un sorriso di felicità,… dovevo avere proprio una faccia ridicola. Mi sentivo come un bambino in un negozio di caramelle, in paradiso insomma. Ero ancora immerso nei miei pensieri quando arrivammo davanti alla stazione, ma mi costrinsi a tornare con i piedi per terra. Ci fermammo un attimo a riprendere fiato e mentre ero appoggiato ad una colonna controllai il cellulare. Erano le 8 e 22. Dato l’orario, la biglietteria era deserta e questo ci permise di comprare i biglietti in un batter d’occhio; che fortuna! Andammo verso la porta delle partenze, dirigendoci verso il binario numero uno. Eravamo nella sala d’attesa a cercare l’uscita giusta quando sentimmo il fischio di un treno che sembrava in partenza. Ci scambiammo un’occhiata di puro sconforto e ci precipitammo al primo binario ma era vuoto.“Nooo cazzo!” sussurrò Camilla vedendo l’ultimo vagone allontanarsi lontano come un lungo serpente sotto il sole estivo. Lei mi si appoggiò sfinita più dall’adrenalina che dalla fatica, ma ero troppo nervoso perché me ne accorgessi. Poi la voce femminile dello speaker annunciò lentamente:“Treno delle 8 e 21, destinazione Milano, è in arrivo al binario uno”. Non avevo fatto nemmeno in tempo a connettere che un treno si avvicinò lentamente sbuffando, i freni stridevano e si fermò lentamente.“Finalmente questi maledetti ritardi servono a qualcosa accidenti!” La ragazza al mio fianco che mi stringeva si girò verso di me sorridendo.“Ma non è quello per Milano questo, scusa?” dicevo con tono interrogativo;“Ma possibile che debba dirti sempre tutto? Allora, il treno è per Milano, ma si ferma anche a Verona, che è dove vogliamo andare... giusto?”“An! Eh oh! Capita su”.“ Prima le miss” le dissi porgendole la mano per aiutarla.“Ma che cavalieri che siamo oggi, prima la colazione, poi questo, tutto bene?”“Oh avanti! Sali e non fare troppe domande!”. Sorridendo la raggiunsi all’interno della carrozza.

giovedì 21 gennaio 2010

Capitolo 7


Ci eravamo assopiti così, abbracciati e avvinghiati l’uno all’altra. Erano ormai le 6 e 30 quando mi destai lentamente, colpa di un messaggio.
“Dove sei Riccardo?! Ti aspettavo a casa alle 3!”. Era mia mamma!
“Ma porca troia! Mi ero dimenticato, cazzo. E adesso che le dico a quella donna?!”. Dopo le mie lodi alle prostitute, Camilla si svegliò chiedendomi il perché delle imprecazioni.
“Mi ero dimenticato di scrivere a mia mamma qualche scusa per pararmi il culo… va beh, le scrivo che sono stato a scuola per una ricerca, il telefono non prendeva e che poi vado a mangiare a casa di Giò, quello di 2 AT. Che ne dici? Regge come scusa?”.
Camilla mi guardava un po’ storto, ma poi annuì.
“Beh Riky, direi che essendo le sei e mezza sarebbe anche ora di andare… O no?”. Risposi con un si distratto, mentre cominciavo a mettere nello zaino tutto l’armamentario.
Ci baciammo ancora, abbracciati in mezzo a quel deserto verde, come due statue, il cui bacio continua nell’eternità. Attraversammo il portone d’entrata e arrivammo alla stazione della metrò vicino alla statua equestre di Giuseppe Garibaldi. Camminavamo, io tenevo stretta la sua piccola mano, e tenerla così stretta m’infiammava il cuore. Eravamo sue piccioncini, io con un sorriso ridicolo stampato in faccia, lei che vagava con la mente chissà dove sulle ali di chissà qual desiderio.
“Speriamo non ci sia la simpatica signora di prima!”.
Sorridemmo entrambi quando cominciò a squillare un cellulare sulle note di “I Will Survive”.
“Pronto?” rispose Camilla. Dagli urli e dagli squittii capii che doveva essere Elena, la sua migliore amica. Intanto avevamo già comprato i biglietti e stavamo camminando con molta calma verso la fermata della linea Verde. Mentre Camilla continuava a ciarlare con l’amica (le donne sono così, quando iniziano a telefonare, non finiscono proprio più), finalmente arrivò il convoglio che, data l’ora, era traboccante di pendolari.
“Che rottura! Cami, attenta alle borse mi raccomando”. Lei annuì distrattamente ed entrammo finalmente nel mare di gente davanti a noi. Passammo i quindici minuti successivi stritolati tra i passeggeri, che ad ogni spostamento laterale o ti pestavano i piedi, o ti urtavano violentemente. Finalmente uscimmo, asfissiati dalla mancanza di aria e anche un po’ rintronati dal rumore. Sentii Camilla che salutava la sua amica e..
“La borsaaaa!!! Riccardo, mi hanno rubato la borsa!”. Lo sapevo che andava a finire così, le risposi il più dolcemente possibile.
“Non vorrei dirlo ma… Te l’avevo detto! Va beh, ormai è fatta. Non possiamo andare a fare denuncia perché saremmo nella merda entrambi, quindi direi… ceste, ormai è inutile piangere sul latte versato!”.
Camilla borbottò qualcosa ma poi mise il cellulare nel mio zaino, mi prese per mano e ci incamminammo verso la stazione che distava pochi passi dalla fermata della metrò. Preso il biglietto per Venezia, entrammo nella grande stazione per poi salire sul convoglio che, già in stazione, sarebbe partito di lì a pochi minuti. Era stata una giornata davvero intensa, prima la decisione di bruciare, l’incontro con Camilla, (e che incontro!) la partenza per Verona e l’arrivo a Milano. Il bacio. Eravamo stesi sui sedili dello scompartimento, una accoccolata all’altro, scambiandoci parole dolci e gesti affettuosi. Avevo avuto molte ragazze, ma lei era la prima che davvero desideravo e a cui tenevo per davvero. Mi aveva rapito il cuore, e ora volevo solo che lo custodisse con cura. Il viaggio mi parve durare pochissimo, colpa della dolce compagnia, colpa dei pensieri, o come mi piace definirli film. Sta di fatto che erano le 9 meno un quarto quando arrivammo alla stazione di Vicenza, svegli. Ci salutammo con molta calma, seduti su una panchina della sala d’attesa dello stabile. Non volevo andarmene ma dovetti cedere alla tentazione di stare con lei fino a tardi quando mia mamma mi chiamò per sapere a che punto ero. Solo allora mi accorsi di avere una fame terribile, ricordandomi che a pranzo non avevo toccato cibo. Dopo mille baci io e Camilla ci lasciammo, con la voglia di rivedersi il prima possibile, con il desiderio irresistibile di passare ore e ore abbracciati, in intimità. Per strada mi fermai al primo bar per comprarmi un panino e qualcosa da bere e dopo una buona mezz’ora arrivai a casa, sudato per il caldo e per la fatica. Non salutai neppure, andai diretto in camera nella speranza che mia mamma non mi chiedesse i particolari della giornata. Continuavo a pensare e a ripensare a lei. Mi ritrovai disteso sul letto, a petto nudo e con gli shorts da basket pensando alla giornata, sicuro di una cosa: ero insieme alla persona che più avevo desiderato fino a quel momento e questo mi fece dimenticare tutto ciò che c’è di brutto al mondo, anche il fatto che l’indomani avrei dovuto svegliarmi presto per andare a scuola. Mi addormentai pensando al bacio al parco e con questo dolce pensiero mi addormentai cullato dalle parole: “Non ci lasceremo mai, siamo il giorno e la notte, siamo il bene e il male, siamo il tutto e il nulla. Senza uno l’altro non ha motivo d’esistere. Ti ho desiderato per anni, e ora solo ho capito che sei tutto per me”. Le aveva pronunciato la mia principessa prima che ci salutassimo.
La notte passò velocissima, come un treno lanciato a tutta velocità verso la sua meta, qualsiasi essa sia. Fu così che la mattina mi svegliai, mi preparai per andare a scuola.
E ci andai.

lunedì 11 gennaio 2010

Interrogazione d’apnea


Era una gelida giornata di dicembre, più precisamente sabato 20 dicembre, ultimo giorno prima delle vacanze, così tanto agognate. Ormai ero in prima al liceo Quadri da quattro mesi e mi ero abituato ai venerdì passati a studiare quegli stra-maledetti appunti di Geografia. Avevamo il professore più infimo, bastardo e soprattutto stronzo della scuola. Pasquale Trogu. Ma il venerdì prima era stato diverso. Trogu seguiva uno schema ben preciso: un giorno interroga, un giorno spiega, un giorno interroga, un giorno spiega, e così è stato per tutto il tempo. La lezione precedente aveva interrogato, quindi era scontato che oggi dicesse i voti agli interrogati e andasse avanti a spiegare, soprattutto prima delle vacanze, in modo tale da darci i compiti. Fattostà che non avevo aperto libro e quindi non ero assolutamente preparata.
Carolina discuteva animatamente con Laura, la mia vicina di banco, durante il movimentato cambio dell’ora. C’era chi nervosamente studiava, secondo me inutilmente, gli appunti del professore, c’era chi rideva, scherzava, c’era chi, come Kristian, urlava le peggiori cose. 'Leo, fidati! Quello oggi fa lo stronzo e interroga, fidati! Non ha il cervello di una persona normale , è una macchina da omicidio studentesco! GODE delle facce spaventate degli interrogati!' mi diceva, anzi urlava dato il casino, sicura di essere nella ragione.
'Ma è impossibile Kri! Non avrebbe senso. Se oggi interrogasse, ci lascerebbe senza nulla da fare nelle vacanze, ed è inconcepibile per un sadico come lui! Credi a me. E poi non PUÒ interrogare, non DEVE interrogare! Non so neanche di cosa si parla! Ieri sono uscito, figurati se dopo un’interrogazione mi metto a studiare'.
'Fossi in te, ripasserei, tanto per non prendere 3'. In effetti, aveva ragione, meglio sapere almeno di cosa si parla.
'Uhm, hai ragione in effetti. Va beh, mi passeresti i tuoi appunti per favore?'. Tirò fuori gli appunti dalla cartella per poi passarmeli. Mentre leggevo a mala voglia inutili dettagli sulle sconosciute popolazioni della regione desertica araba, sentivo il putiferio che imperversava nell’aula e cercavo di non farci caso. La campanella era suonata ormai da circa cinque minuti e tutti cominciavano a sedersi, ordinare i banchi due a due, in file allineate alle piastrelle del pavimento, a mettere sul banco atlante geografico, blocco per gli appunti, penna nera e rossa. Così voleva Trogu, e ogni volta, con molta riluttanza da parte della classe, era così. Quando tutto fu a posto il silenzio era tombale. I miei compagni sembravano statue di cera, apparte Seve ovviamente, che se ne stava tranquillamente appoggiato al muro a mandare messaggi, quasi appartenesse a un altro mondo. Pasquà (come amavamo chiamarlo alle sue spalle) arrivò dopo qualche minuto dall’inizio del silenzio. L’atmosfera era tetra: la poca luce invernale che si scorgeva tra una nuvola e l’altra riempiva la stanza di una luce grigio perla. Pasquà entrò con la solita faccia corrugata e tutti gli studenti, o quasi, rimasero impietriti a guardare ogni mossa del professore. Finalmente esordì con il solito “Buon giorno ragazzi”. La classe rispose con un mormorio poco convinto, che fece corrugare ancor di più il suo muso. Si sedette sulla solita sedia coi braccioli tirando fuori dalla borsa di cuoio il libretto rosso per le interrogazioni.
'Calcolatrice! Per favore..'. Nessuno però si alzò. 'Avanti ragazzi, il professore non vi mangia mica!' ancora niente. 'Uno di voi si alzi o vi faccio passare le pene dell’inferno!' digrignò indiavolato. Guardai Kristian, Laura, Giovanni, nessuno sembrava avere intenzione di mollare. Poi incrociai lo sguardo con Zopp, implorandolo con gli occhi di alzarsi. Finalmente recepì il messaggio e con molta svogliatezza si alzò, con la calcolatrice in mano. Trogu alzò a malapena lo sguardo dal quadernetto rosso delle interrogazioni, tendendo la mano verso Matteo, in attesa della calcolatrice. Comunicò i voti ai diretti interessati, ovviamente con le solite battutine di ruotine per sfottere ed umiliare. Quando arrivò il momento di mettere nella borsa il quadernetto rosso ci guardò negli occhi, con un sorrisetto che non capivo. Girò pagina, trovandone una bianca. Il gelo più totale calò sulla classe, mi si fermò il cuore per qualche secondo. Avevo due fanali al posto degli occhi, sgranati in direzione della cattedra. Laura si fece sfuggire un’imprecazione facendo ridere sotto i baffi quelli che erano vicino a noi. Tutti erano terrorizzati, tranne qualcuno che non aveva compreso bene la situazione o che se ne fregava. Dopo qualche minuto di suspense chiamò i ragazzi da macellare:
'Bene... Fanchin, poi... vediamo... beh, scontato, Ristov... e... chi ancora? Qualche volontario? No eh... allora Faggionato'. Ero io, Faggionato ero io.
Cercai di far tornare in mente tutto ciò che mi ricordavo, di quello che avevo appena letto. Ma il vuoto più totale albergava nella mia mente, tranne qualche “passero solitario” che si aggirava per la testa, cercando un nido che non c’era. Insomma, non ricordavo nulla. Era la prima volta che andavo in blocco. Forse perché all’ultima lezione ero stato assente, e quindi non avevo avuto neanche l’opportunità di seguire la spiegazione. Mi calmai, e poco a poco gli uccelli della mia testa tornarono al nido. Cercavo di indurre a qualcuno la tentazione di fare una domanda, tanto da allungare il brodo, sperando di prendere tempo e magari dare una sbirciatina agli appunti. Guardavo disperato Seve, ottimo partito in queste situazioni. Lui capì all’istante la situazione e mise in tasca il cellulare.
' Scusi prof... ' Esordì. 'Come compiti delle vacanze dobbiamo studiare approfonditamente gli appunti, giusto?'
Non so se pazzia, sconsideratezza, autolesionismo, caparbietà o la più completa stupidità lo abbia spinto a fare la domanda. Ricordarsi, 1° regola: mai chiamare “prof” Pasquà! Pena? Decapitazione pubblica. Così fu. Trogu alzò lo sguardo da registro e “libretto rosso”. Lo sguardo era indescrivibile, rabbia, follia, odio profondo, disgusto. Tutto era dipinto in faccia, dando vita a un mostro.
'Perdona il professore, Seveglievich, non ho sentito bene la domanda. Era per caso: “Scusi prof, Come compiti delle vacanze dobbiamo studiare approfonditamente gli appunti, giusto?” o mi sbaglio?'.
Il povero Seve sbiancò. Forse si era reso conto del madornale errore ora commesso. Ma era ormai troppo tardi, la situazione era irrecuperabile.
'Si prof, così mi posso regolare'. No non si era reso conto dell’errore. Era sbiancato per il tono, forse. Trogu si alzò, molto lentamente, andando verso la vittima.
'Seveglievich, professore, io sono un professore! Ricordatelo, non prof! Se vuoi chiamarmi puoi dirmi professore, signor Trogu, professor Trogu. Di certo non con un semplice prof. Tu chiameresti tua mamma “ma”, oppure il tuo compagni di banco Sogaro, So?'
Seve ora aveva un sorrisetto dipinto in faccia. 'Beh prof, se capita forse si, dipende dalle situazioni'. Trogu arrossì e gli urlò contro qualcosa di irripetibile per poi andare a sedersi. Il tempo preso era poco. Il teatrino era durato non più di 10 minuti tra una risposta e l’altra. Tutti parlottavano tra loro, scambiandosi idee e pareri sull’accaduto, facendo perdere altro tempo a Pasquà, che ora ero costretto a pretendere il silenzio per continuare con l’interrogazione. Tra un richiamo e l’altro eran passati 20 minuti dall’inizio della lezione. Ogni minuto che passava sudavo sempre di più, leggevo nervosamente gli appunti di Laura, in preda ad una smania di origini sconosciute. Di solito ero calmo e freddo, non lasciavo trasparire emozioni, ma quel giorno niente, una disperazione. Trogu finalmente riuscì ad avere l’attenzione della classe e a ristabilire quell’atmosfera di terrore che regolarmente aleggiava tra le mura dell’aula.
'Bene, dopo questa lunga ed inutile digressione possiamo iniziare ad interrogare?' il silenzio tombale era un si, anche se poco convinto e voluto. 'Bene. Iniziamo con Carolina, come mai la Regione des... '.
Bussarono alla porta. Regola numero due: mai interrompere Pasquà mentre parla.
'Avanti! Ma è mai possibile che non si riesca a fare un’interrogazione in santa pace!?'.
Entrò una bidella che esordì salutando la classe. Aveva un foglio in mano con sopra scritto qualcosa, portava la firma del preside, quindi doveva essere qualcosa di importante. Pasquà era stato chiamato in presidenza per chissà quale motivo, e doveva andarci subito! Sentita la notizia la classe esultò in religioso silenzio e io, personalmente, ringraziai il cielo con silenziose acclamazioni da stadio. Il professore bofonchiò qualcosa sotto voce, chiedendo alla bidella di rimanere qui in classe a “controllarci”. Quando Trogu uscì scoppiò il pandemonio. Tutti si alzarono esultando, in primis noi tre interrogati, che grazie a questo o quell’altro motivo eravamo riusciti a rimandare l’ecatombe. Passai il tempo a studiare intensamente, cercando di immagazzinare il più alto numero possibile di nozioni, ma con scarsi risultati. Purtroppo per noi tornò dopo pochi minuti, troppo pochi per rimandare l’interrogazione. Quando tornò in classe era furente, il suo grosso naso era diventato dello stesso colore delle guance: bordeaux. Si sedette sulla sedia è sbuffò rumorosamente.
' Dicevamo? Ah si, Fanchin, come mai la Regione Desertica Araba assume tal nome? E quali sono le caratteristiche umane e del territorio? Velocemente per favore, il tempo stringe!'.
Carolina iniziò a parlare molto nervosamente. Purtroppo andava sempre così, studiava, si applicava, ci metteva l’anima, ma non riusciva a sbloccarsi. Non stavo ad ascoltare ciò che diceva, ero concentratissimo su appunti, libro, atlante, stampe si Cartografia. Dai bisbigli di Laura, che era la sua migliore amica, sembrava che avesse risposto in maniera eccelsa, “buon per lei” pensai tra una nozione e l’altra. Ora il testimone era stato passato a Kristian. Ovviamente il professore non perse l’occasione di far pesare il fatto di essere straniero, il solito stronzo. In ogni caso anche Kri fece la sua solita figurona, malgrado Pasquà si fosse dilungato parecchio in domande su parte del programma passato. Mancavano due minuti al suono della campanella della ricreazione, ormai ero sicuro di averla scampata, sicuro che mi interrogasse nella prossima lezione.
'Molto bene Ristov, davvero ottimo. Direi che oggi è stata una buonissima interrogazione, sono soddisfatto. Ora speriamo che Faggionato non rovini tutto'.
Regola numero 3: mai dare niente per scontato.
Ebbene si...mi aveva fregato. Mi si gelò il sangue nelle vene, ma rimasi impassibile, quasi a voler dimostrargli di non avere nulla da temere. Avevo studiato tutto in quel tempo, ed ero sicuro di farcela.
'Bene, Leonardo, risposta secca, dato che non abbiamo tanto tempo. Perché la regione presa in esame fin’ora, era la più adatta ad ospitare una mentalità, una popolazione, una religione, mussulmana?'. No perché proprio a me?
Il mutismo e l’incredulità calarono sulla classe, esterrefatta dalla domanda. Perfino, l’uomo eccellenza della classe guardò Pasquà con occhi sgranati. Me l’aveva fatta. Non era scritto da nessuna parte, non l’aveva mai menzionato o lasciato intendere. Queste erano le sua classiche domande “di ragionamento”. Cercai di sputare le prime cose che mi vennero in mente, ma servì a poco. Dopo 2 minuti di agonia la campanella suonò.
'Niente eh? Bene, arrivederci a tutti e mi raccomando: studiate. Non fate come il vostro compagno qui.'.
Scattai in piedi come una furia, mandando a gambe all’aria la sedia e il tipo dietro di me. Laura mi prese il braccio, guardandomi con occhi come per dire “no, non ne vale la pena”. Mi scusai con il compagno e mi risedetti. Furente.