I nostri racconti


Visualizzazione post con etichetta blog. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta blog. Mostra tutti i post

venerdì 22 gennaio 2010

Capitolo 6

"...Passato il portone, si aprì davanti a noi l’immenso parco, una distesa verdeggiante di erba e alberi, e qualche famigliola qua e la. ..."_Castello Sforzesco, Milano_

Erano circa le 10 e 45 e Piazza Duomo era gremita di visitatori e non. Il Duomo si imponeva solenne di fronte a noi, bianco e illuminato dal caldo sole estivo. Davanti a questo spettacolo restammo qualche minuto imbambolati a guardare la magnificenza dell’ edificio, in un silenzio quasi religioso.
Non sapevamo cosa fare così, da bravi vicentini, decidemmo di fare sosta in un bar: la scelta cadde sul famoso “Zucca in Galleria”, storico caffè del centro all’entrata di galleria “Vittorio Emanuele II”.
“Ci spenneranno come polli, però ci possiamo gustare uno spritz in Piazza Duomo!” dissi, appena trovato un posto all’aperto.
“Questo è sicuro. Allora, che si fa? Non era certo in programma questa piccola deviazione”. Rimasi a pensarci sopra qualche secondo, tuttavia non erano molte le cose che mi vennero in mente.
“Beh... non sarebbe una brutta idea fare un giro in galleria, vedere qualche negozietto. Magari c’è qualcosa di carino! Un pranzo al volo e poi si potrebbe andare al Castello Sforzesco se abbiamo tempo. Così vediamo il parco. Tu che ne dici Camilla?”. Mentre ci pensava sopra arrivò il cameriere per prendere le ordinazioni, veloce come un falco che cattura un topolino e se lo mangia in un boccone.
“Che cosa desiderate ragazzi?”. Il tipo era alto e molto giovane, vent’anni al massimo. Bisognava ammettere che era un gran bel pezzo di ragazzo e Camilla se n’era sicuramente accorta. “Ma guarda come si atteggia il tipo! Guardala e ti ammazzo, ti rompo le ossa una per una. Parto dalle dita delle mani e arrivo ai piedi! Cazzo la guardi che non la conosci neanche!”. Per fortuna lo pensai soltanto. Il tipo era un po’ imbarazzato perché continuava a sbagliare l’ordinazione. Scriveva e cancellava, riscriveva e ricancellava. Dopo un po’ di tempo riuscimmo a ordinare due spritz e il ragazzo se ne andò, finalmente.
“Oh Riky! Visto che figo?”.
“Sarà, a me non sembrava tutta sta bellezza! Comunque, tornado a prima, che ne dici?”. Avevo risposto seccamente, in modo da insabbiare definitivamente l’argomento “Figo del bar” e passare a cose più serie.
“Si dai, non è una brutta idea... Magari trovo qualcosa di carino da prendermi”.
Finalmente dopo qualche minuto di attesa, passato al telefono con Tommaso per raccontargli le ultime novità, arrivarono gli spritz con un po’ di patatine. Per fortuna però non fu il cameriere di prima a portarle, ma una donna sulla trentina, e così evitammo gli odiosi commenti precedenti.
Cominciai a sorseggiare tranquillamente il mio drink, godendomi la fresca brezza che spirava sulla piazza. Quando presi coraggio guardai il conto. Per poco mi soffocavo!
“L’avevo detto io che ci avrebbero spennati. Va beh, siamo in Piazza Duomo, non ci si poteva aspettare altro”.
Passò circa mezz’ora, noi seduti a sorseggiare gli spritz e parlare del più e del meno. Nonostante gli imprevisti vari la giornata mi piacque da morire. Ero a Milano, con la ragazza di cui ero follemente cotto e tutto sembrava andar bene.
Erano ormai le 11 e un quarto quando decidemmo di andare verso castello sforzesco. La strada era parecchio lunga, ma camminando mano nella mano tutto il resto mi pareva tremendamente inutile, indifferente e secondario.. Era come se ci fossimo solo io e lei! Non riuscivo a staccarle lo sguardo di dosso, mi godevo ogni curva del suo corpo, ogni sillaba delle sue dolci parole. Quasi brillava di un’aurea argentea.
Ci mettemmo un bel po’ ad arrivare a destinazione perché la ragazza si fermava ad ogni negozio a guardare con scrupolosa attenzione le vetrine, o alcune volte ci entrava per osservare più da vicino e toccare con mano i vestitini che la incuriosivano particolarmente. Parlavamo, scherzavamo, ridavamo. Sembravamo in un mondo tutto nostro.. che sensazione incredibile!
Finalmente arrivammo a destinazione, con qualche borsa in più, ognuna piena del più e del meno. Davanti a noi si aprì la vista del Castello Sforzesco, grande e imponente. La brezza aveva lasciato posto ad una cappa di calore insopportabile, che ti mozzava il fiato in gola. Insomma, un caldo cane. Arrivato in prossimità della fontana rotonda, davanti all’entrata del castello, mi sedetti sul bordo e mi rinfrescai un po’ il polso e la fronte.
“Per fortuna c’era la fontana! Altri cinque minuti sotto ‘sto maledetto sole e ci lasciavo le penne!”. Dissi alzandomi.
“Non dirlo a me, sto morendo di caldo! Accidenti, si stava così bene con la brezza di prima... va beh, entriamo così ci stendiamo sotto qualche albero? Così ci rinfreschiamo all’ombra”.
Annuii lentamente mentre cominciavo a camminare nella direzione indicatami dalla Cami. Passato il portone, si aprì davanti a noi l’immenso parco, una distesa verdeggiante di erba e alberi, e qualche famigliola qua e la.
“Direi di mettersi la” dissi indicando una fontanella “Così abbiamo acqua comoda. Stendiamo la coperta e sdraiamoci sull’erba vah!”.
“Si dai, così finisco di leggere Vogue e magari facciamo anche un pisolino, che non sarebbe proprio male”.
Così facemmo, stesi la coperta sul manto erboso, tirai fuori iPod e acqua e mi stesi.
“Oh la, adesso si che si sta comodi!”. Camilla si stese di fianco a me, stringendosi un pochino per non sporcarsi con il terriccio. Mi misi le cuffiette alle orecchie e stavo per scegliere l’album da ascoltare quando la ragazza mi si avvicinò titubante. Eravamo faccia a faccia, ci guardavamo intensamente negli occhi, quasi per cercare di leggere uno il pensiero dell’altra; prendendomi in controtempo lei si avvicinò lentamente, per poi baciarmi dolcemente le labbra.
La cosa mi lasciò letteralmente di stucco, non capivo più nulla, il cuore batteva come un forsennato, facendo le capriole.. Sì, letteralmente! Dovevo essere diventato completamente bordeaux perché sentivo la faccia bollente. Finalmente mi ripresi da quello stato di assoluto stupore. Le sue labbra erano morbide e leggermente umide, sentivo il calore della ragazza incendiarmi il cuore. Le cinsi i fianchi e la strinsi forte a me, assaporando quel momento e gustandomi con delicatezza il suo corpo perfetto, la sua femminilità, il suo profumo inebriante. Passammo ore abbracciati l’uno all’altro scambiandoci baci pieni di passione, dolcezza.. e forse chissà…….. pieni di amore!
Finalmente era mia.

lunedì 11 gennaio 2010

Interrogazione d’apnea


Era una gelida giornata di dicembre, più precisamente sabato 20 dicembre, ultimo giorno prima delle vacanze, così tanto agognate. Ormai ero in prima al liceo Quadri da quattro mesi e mi ero abituato ai venerdì passati a studiare quegli stra-maledetti appunti di Geografia. Avevamo il professore più infimo, bastardo e soprattutto stronzo della scuola. Pasquale Trogu. Ma il venerdì prima era stato diverso. Trogu seguiva uno schema ben preciso: un giorno interroga, un giorno spiega, un giorno interroga, un giorno spiega, e così è stato per tutto il tempo. La lezione precedente aveva interrogato, quindi era scontato che oggi dicesse i voti agli interrogati e andasse avanti a spiegare, soprattutto prima delle vacanze, in modo tale da darci i compiti. Fattostà che non avevo aperto libro e quindi non ero assolutamente preparata.
Carolina discuteva animatamente con Laura, la mia vicina di banco, durante il movimentato cambio dell’ora. C’era chi nervosamente studiava, secondo me inutilmente, gli appunti del professore, c’era chi rideva, scherzava, c’era chi, come Kristian, urlava le peggiori cose. 'Leo, fidati! Quello oggi fa lo stronzo e interroga, fidati! Non ha il cervello di una persona normale , è una macchina da omicidio studentesco! GODE delle facce spaventate degli interrogati!' mi diceva, anzi urlava dato il casino, sicura di essere nella ragione.
'Ma è impossibile Kri! Non avrebbe senso. Se oggi interrogasse, ci lascerebbe senza nulla da fare nelle vacanze, ed è inconcepibile per un sadico come lui! Credi a me. E poi non PUÒ interrogare, non DEVE interrogare! Non so neanche di cosa si parla! Ieri sono uscito, figurati se dopo un’interrogazione mi metto a studiare'.
'Fossi in te, ripasserei, tanto per non prendere 3'. In effetti, aveva ragione, meglio sapere almeno di cosa si parla.
'Uhm, hai ragione in effetti. Va beh, mi passeresti i tuoi appunti per favore?'. Tirò fuori gli appunti dalla cartella per poi passarmeli. Mentre leggevo a mala voglia inutili dettagli sulle sconosciute popolazioni della regione desertica araba, sentivo il putiferio che imperversava nell’aula e cercavo di non farci caso. La campanella era suonata ormai da circa cinque minuti e tutti cominciavano a sedersi, ordinare i banchi due a due, in file allineate alle piastrelle del pavimento, a mettere sul banco atlante geografico, blocco per gli appunti, penna nera e rossa. Così voleva Trogu, e ogni volta, con molta riluttanza da parte della classe, era così. Quando tutto fu a posto il silenzio era tombale. I miei compagni sembravano statue di cera, apparte Seve ovviamente, che se ne stava tranquillamente appoggiato al muro a mandare messaggi, quasi appartenesse a un altro mondo. Pasquà (come amavamo chiamarlo alle sue spalle) arrivò dopo qualche minuto dall’inizio del silenzio. L’atmosfera era tetra: la poca luce invernale che si scorgeva tra una nuvola e l’altra riempiva la stanza di una luce grigio perla. Pasquà entrò con la solita faccia corrugata e tutti gli studenti, o quasi, rimasero impietriti a guardare ogni mossa del professore. Finalmente esordì con il solito “Buon giorno ragazzi”. La classe rispose con un mormorio poco convinto, che fece corrugare ancor di più il suo muso. Si sedette sulla solita sedia coi braccioli tirando fuori dalla borsa di cuoio il libretto rosso per le interrogazioni.
'Calcolatrice! Per favore..'. Nessuno però si alzò. 'Avanti ragazzi, il professore non vi mangia mica!' ancora niente. 'Uno di voi si alzi o vi faccio passare le pene dell’inferno!' digrignò indiavolato. Guardai Kristian, Laura, Giovanni, nessuno sembrava avere intenzione di mollare. Poi incrociai lo sguardo con Zopp, implorandolo con gli occhi di alzarsi. Finalmente recepì il messaggio e con molta svogliatezza si alzò, con la calcolatrice in mano. Trogu alzò a malapena lo sguardo dal quadernetto rosso delle interrogazioni, tendendo la mano verso Matteo, in attesa della calcolatrice. Comunicò i voti ai diretti interessati, ovviamente con le solite battutine di ruotine per sfottere ed umiliare. Quando arrivò il momento di mettere nella borsa il quadernetto rosso ci guardò negli occhi, con un sorrisetto che non capivo. Girò pagina, trovandone una bianca. Il gelo più totale calò sulla classe, mi si fermò il cuore per qualche secondo. Avevo due fanali al posto degli occhi, sgranati in direzione della cattedra. Laura si fece sfuggire un’imprecazione facendo ridere sotto i baffi quelli che erano vicino a noi. Tutti erano terrorizzati, tranne qualcuno che non aveva compreso bene la situazione o che se ne fregava. Dopo qualche minuto di suspense chiamò i ragazzi da macellare:
'Bene... Fanchin, poi... vediamo... beh, scontato, Ristov... e... chi ancora? Qualche volontario? No eh... allora Faggionato'. Ero io, Faggionato ero io.
Cercai di far tornare in mente tutto ciò che mi ricordavo, di quello che avevo appena letto. Ma il vuoto più totale albergava nella mia mente, tranne qualche “passero solitario” che si aggirava per la testa, cercando un nido che non c’era. Insomma, non ricordavo nulla. Era la prima volta che andavo in blocco. Forse perché all’ultima lezione ero stato assente, e quindi non avevo avuto neanche l’opportunità di seguire la spiegazione. Mi calmai, e poco a poco gli uccelli della mia testa tornarono al nido. Cercavo di indurre a qualcuno la tentazione di fare una domanda, tanto da allungare il brodo, sperando di prendere tempo e magari dare una sbirciatina agli appunti. Guardavo disperato Seve, ottimo partito in queste situazioni. Lui capì all’istante la situazione e mise in tasca il cellulare.
' Scusi prof... ' Esordì. 'Come compiti delle vacanze dobbiamo studiare approfonditamente gli appunti, giusto?'
Non so se pazzia, sconsideratezza, autolesionismo, caparbietà o la più completa stupidità lo abbia spinto a fare la domanda. Ricordarsi, 1° regola: mai chiamare “prof” Pasquà! Pena? Decapitazione pubblica. Così fu. Trogu alzò lo sguardo da registro e “libretto rosso”. Lo sguardo era indescrivibile, rabbia, follia, odio profondo, disgusto. Tutto era dipinto in faccia, dando vita a un mostro.
'Perdona il professore, Seveglievich, non ho sentito bene la domanda. Era per caso: “Scusi prof, Come compiti delle vacanze dobbiamo studiare approfonditamente gli appunti, giusto?” o mi sbaglio?'.
Il povero Seve sbiancò. Forse si era reso conto del madornale errore ora commesso. Ma era ormai troppo tardi, la situazione era irrecuperabile.
'Si prof, così mi posso regolare'. No non si era reso conto dell’errore. Era sbiancato per il tono, forse. Trogu si alzò, molto lentamente, andando verso la vittima.
'Seveglievich, professore, io sono un professore! Ricordatelo, non prof! Se vuoi chiamarmi puoi dirmi professore, signor Trogu, professor Trogu. Di certo non con un semplice prof. Tu chiameresti tua mamma “ma”, oppure il tuo compagni di banco Sogaro, So?'
Seve ora aveva un sorrisetto dipinto in faccia. 'Beh prof, se capita forse si, dipende dalle situazioni'. Trogu arrossì e gli urlò contro qualcosa di irripetibile per poi andare a sedersi. Il tempo preso era poco. Il teatrino era durato non più di 10 minuti tra una risposta e l’altra. Tutti parlottavano tra loro, scambiandosi idee e pareri sull’accaduto, facendo perdere altro tempo a Pasquà, che ora ero costretto a pretendere il silenzio per continuare con l’interrogazione. Tra un richiamo e l’altro eran passati 20 minuti dall’inizio della lezione. Ogni minuto che passava sudavo sempre di più, leggevo nervosamente gli appunti di Laura, in preda ad una smania di origini sconosciute. Di solito ero calmo e freddo, non lasciavo trasparire emozioni, ma quel giorno niente, una disperazione. Trogu finalmente riuscì ad avere l’attenzione della classe e a ristabilire quell’atmosfera di terrore che regolarmente aleggiava tra le mura dell’aula.
'Bene, dopo questa lunga ed inutile digressione possiamo iniziare ad interrogare?' il silenzio tombale era un si, anche se poco convinto e voluto. 'Bene. Iniziamo con Carolina, come mai la Regione des... '.
Bussarono alla porta. Regola numero due: mai interrompere Pasquà mentre parla.
'Avanti! Ma è mai possibile che non si riesca a fare un’interrogazione in santa pace!?'.
Entrò una bidella che esordì salutando la classe. Aveva un foglio in mano con sopra scritto qualcosa, portava la firma del preside, quindi doveva essere qualcosa di importante. Pasquà era stato chiamato in presidenza per chissà quale motivo, e doveva andarci subito! Sentita la notizia la classe esultò in religioso silenzio e io, personalmente, ringraziai il cielo con silenziose acclamazioni da stadio. Il professore bofonchiò qualcosa sotto voce, chiedendo alla bidella di rimanere qui in classe a “controllarci”. Quando Trogu uscì scoppiò il pandemonio. Tutti si alzarono esultando, in primis noi tre interrogati, che grazie a questo o quell’altro motivo eravamo riusciti a rimandare l’ecatombe. Passai il tempo a studiare intensamente, cercando di immagazzinare il più alto numero possibile di nozioni, ma con scarsi risultati. Purtroppo per noi tornò dopo pochi minuti, troppo pochi per rimandare l’interrogazione. Quando tornò in classe era furente, il suo grosso naso era diventato dello stesso colore delle guance: bordeaux. Si sedette sulla sedia è sbuffò rumorosamente.
' Dicevamo? Ah si, Fanchin, come mai la Regione Desertica Araba assume tal nome? E quali sono le caratteristiche umane e del territorio? Velocemente per favore, il tempo stringe!'.
Carolina iniziò a parlare molto nervosamente. Purtroppo andava sempre così, studiava, si applicava, ci metteva l’anima, ma non riusciva a sbloccarsi. Non stavo ad ascoltare ciò che diceva, ero concentratissimo su appunti, libro, atlante, stampe si Cartografia. Dai bisbigli di Laura, che era la sua migliore amica, sembrava che avesse risposto in maniera eccelsa, “buon per lei” pensai tra una nozione e l’altra. Ora il testimone era stato passato a Kristian. Ovviamente il professore non perse l’occasione di far pesare il fatto di essere straniero, il solito stronzo. In ogni caso anche Kri fece la sua solita figurona, malgrado Pasquà si fosse dilungato parecchio in domande su parte del programma passato. Mancavano due minuti al suono della campanella della ricreazione, ormai ero sicuro di averla scampata, sicuro che mi interrogasse nella prossima lezione.
'Molto bene Ristov, davvero ottimo. Direi che oggi è stata una buonissima interrogazione, sono soddisfatto. Ora speriamo che Faggionato non rovini tutto'.
Regola numero 3: mai dare niente per scontato.
Ebbene si...mi aveva fregato. Mi si gelò il sangue nelle vene, ma rimasi impassibile, quasi a voler dimostrargli di non avere nulla da temere. Avevo studiato tutto in quel tempo, ed ero sicuro di farcela.
'Bene, Leonardo, risposta secca, dato che non abbiamo tanto tempo. Perché la regione presa in esame fin’ora, era la più adatta ad ospitare una mentalità, una popolazione, una religione, mussulmana?'. No perché proprio a me?
Il mutismo e l’incredulità calarono sulla classe, esterrefatta dalla domanda. Perfino, l’uomo eccellenza della classe guardò Pasquà con occhi sgranati. Me l’aveva fatta. Non era scritto da nessuna parte, non l’aveva mai menzionato o lasciato intendere. Queste erano le sua classiche domande “di ragionamento”. Cercai di sputare le prime cose che mi vennero in mente, ma servì a poco. Dopo 2 minuti di agonia la campanella suonò.
'Niente eh? Bene, arrivederci a tutti e mi raccomando: studiate. Non fate come il vostro compagno qui.'.
Scattai in piedi come una furia, mandando a gambe all’aria la sedia e il tipo dietro di me. Laura mi prese il braccio, guardandomi con occhi come per dire “no, non ne vale la pena”. Mi scusai con il compagno e mi risedetti. Furente.

domenica 10 gennaio 2010

Mai fidarsi dei casa chiesa

CAPITOLO 1



Correva l’anno 1994, anno in cui i preti bevevano ancora, e vecchi amavan sparlare. Il cellulare non era ancora in mano a tutti, ma a sopperire a tal mancanza, ad oggi insostituibile, esisteva un team di vecchiette che funzionava meglio delle staffetta pre-guerra: le “Comare de paese”. Tutto ciò solo a Langora, in Riviera Berica, perché qualche metro più in là, campi e camperse, qualche metro più in qua, l’ ”aggregato urbano” che per qualche cavillo burocratico era anche città, già siamo a Vicenza. Per chi non del posto è, può anche comodamente farsi un’idea del paesello immaginandosi una strada lunga, case intorno, la ciclabile e la chiesa, che non è UNA chiesa ma è LA chiesa. Da far contorno al paesello una media di 101 vecchi su 100 abitanti, insomma, si poteva sentire odor di vecchio ancora alla rotonda della tangenziale.
Detto ciò è facile immaginare la monotonia di tal posto. Prendiamo un Vecchio a caso, alle 7 sette si va a prendere il pane, sempre il solito filone, torna a casa, colazione, partita a briscola al bar della chiesa, accompagnato da una o due ombrette e qualche divina imprecazione. Torna a casa, discute con la moglie, a mezzogiorno in punto, e guai che sia in ritardo, il pranzo. Dopo pranzo sonnellino, che per i bimbi dai nonni diventa momento “casìn”, e poi il pomeriggio ci si sbizzarriva in biciclettate o passeggiate sui colli, col bello e il cattivo tempo. Ecco, rileggete. Avete riletto? Bene, ora focalizzate il tutto e considerate che almeno una cinquantina tra vecchiotti e nonne in carriera, si dileggiano in tal monotonia. Eventi settimanali sono il mercato del giovedì, la messa della domenica e il cineforum del lunedì sera, perché la cena, dopo le 7 in punto non s’ha da fare.
Era una umida e fredda domenica di novembre, classica giornata plumbea, alberi spogli e un debole cinguettio qua e là, forse il richiamo di un piccolo smarrito. Tutto il paese era stipato nella chiesa, uno dei pochi ambienti in cui si poteva stare senza cappotto. La messa proseguiva senza grandi intoppi, ma ancora non si era arrivati al momento dedicato all’ultima cena. Già, bisogna sapere che questo momento era da sempre il più atteso della domenica. No, non certo per motivi religiosi, ma perché lo spettacolo di un prete brillo è imperdibile. Sappiate, carissimi lettori e lettrici che Don Lino, in arte Don Perignon, aveva un bel vizio per il vino. Insomma, ogni domenica non perdeva occasione di riempire per bene il calice e poi scolarlo in un sol sorso. Considerate che la domenica si è a stomaco vuoto e che un calice, non è certo un’ombretta!
Questa però è un’altra storia. Ormai ciò era una normalità, giù a Langora. Il fatto che sconvolse la calma e la monotonia del paese fu davvero insolito e singolare, oltre che blasfemo.
Era appunto una domenica autunnale e tutti nella chiesa non aspettavano altro che tutto finisse per poi rifugiarsi a casa. Come si può immaginare tutti, a parte le comare che avevan da ridire sul prete , erano assai assonnati e disattenti a ciò che accadeva all’interno della chiesa. Tutti tranne il vecchio Ettore, che da prima della scomparsa della sua povera moglie, pace all’anima sua, era diventato più osservante del buon Don Perignon. La messa aveva avuto luogo senza intoppi, a parte qualche indecisione sul cosa dire dovuto alla bocca impastata del Don per una sete un po’ troppo forte. Dopo il rito finale e l’offertorio tutti se ne andarono parlottando tra loro del brutto tempo, della “partìa de ciacole” che si sarebbero fatti al bar ecc. I soliti discorsi insomma. Il prete come sempre si fermava fuori dalla chiesa a chiacchierare con questo o quell’altra delle ultime notizie, aspettando che tutti uscissero. Finalmente uscirono tutti, anche Ettore, che era sempre l’ultimo e il nostro Don se ne poté entrare per cambiarsi e tutto il resto. Perugino, il seminarista della parrocchia stava accendendo un cero, come sua abitudine di domenica. Stranamente il cesto con le offerte della chiesa era sopra l’altare. Perignon che era nel capo opposto della chiesa se ne accorse subito.
“Sa ghe fao là el cestìn? A voria savere chi cavolo lo gà posà la! ma dime ti, sta gente, sarà mia el modo de fare le cose ah! Pfff, santi, dasime la pasiensa che senò a spaco tuto!”
“Cosa ci fa là il cestino? Vorrei sapere chi cavolo lo ha appoggiato là! Ma dimmi te, questa gente, sarà mica il modo di fare cose ah! Pfff, santi, datemi la pazienza sennò rompo tutto!”.
Disse il povero padre che continuava a dire, ogni santa messa, che il cesto andava messo sul tavolo in canonica di modo che la gente non potesse prendere le offerte. Si diresse sbuffando verso l’altare per riporre le offerte al loro posto, contare il ricavato e annotarlo nel libretto rosso della “contabilità”. Più si avvicinava e più si sentiva strano, come se avesse un brutto presentimento. Finalmente arrivò all’altare e prese il cesto in mano, senza neanche degnarlo di uno sguardo, furioso com’era. Quando lo alzò però gli parve leggero, quasi inconsistente. Un brivido gli scosse la vecchia e dolorante schiena, glaciale, un pensiero gli fulminò la testa, lasciando un’idea che poco a poco prendeva consistenza, sempre maggiore, e sempre più brutta.
“Ma vuto vedare che...”
“Ma vuoi vedere che...”
Non fece a tempo a finire la frase che vide la cosa più brutta della sua vita, peggio anche della perpetua Giuseppina sotto la doccia che canticchia “Nel blu dipinto di blu” di D. Modugno. Il cesto era vuoto, tutte le offerte erano completamente scomparse, volatilizzate. Eppure era certo che il cestino era pieno, proprio perché era un evento eccezionale, tirchi com’erano i vecchi della comunità.
“No ghe poso credare!! Oh santa la madonna e il suo figliolo Gesù Cristo salvatore che tanto ha dato. Salvatore mio Dio perdona colui che ha profanato la tua sacra casa. Ave Maria piena di grazia...”
“Non ci posso Credere!! Oh santa la madonna e il suo figliolo Gesù Cristo salvatore che tanto ha dato. Salvatore mio Dio perdona colui che ha profanato la tua sacra casa. Ave Maria piena di grazia...”.
Poi tutto divenne sfuocato, tremolante e il povero Don svenne, accasciandosi sugli scalini davanti all’altare.

venerdì 8 gennaio 2010

Capitolo 3


Don Perignon si trovava in chiesa già da un po’ quando finalmente arriveranno vecchi e vecchie. Durante l’attesa aveva riempito un po’ troppo il calice, tanto per smaltire un po’ di nervoso. Quando tutti si sedettero e fecero un po’ di silenzio finalmente il Padre esordì:
“Compagni, amici, fratelli, e magari anche sorelle. Oggi, nella casa del signore, si è consumata una blasfemia, mai vista in 30 anni di vocazione. Ebbene si, cari compaesani, è stato rubato il cesto delle offerte, e tutto il suo contenuto.” Seguì una pausa scenica per permettere alle parole di fissarsi nelle menti del “pubblico”. Poi proseguì.
“Il fatto è accaduto dopo la messa, proprio nella casa del Signore! DA UNO DI VOI! E OGGI SIAM QUI RIUNITI TUTTI, PER SCOPRIRE IL COLPEVOLE!”.
Tutti cominciarono ad urlare l’uno contro l’altro, incolpando l’uno o l’altra.
“Moèghea, branco dee gaìne! Si peso de me nona!! Che a se anca crepà!”
Smettetela, branco di galline! Siete peggio di mia nonna!! Che è anche morta!”.
Niente! Come se non avesse detto nulla, tutti continuavano ad urlare e ad accusarsi.
“BASTAAA, DIO MAS-CIO!!!!”
BASTAAA, DIVINITA’ MAIALA!!!!”.
Seguì un silenzio assordante. Tutti si girarono basiti con occhi sbarrati. Il Padre si rese conto di aver esagerato, colpa del prosecchino pre-predica. Dal fondo della chiesa, posto solitamente riservato agli invalidi, si alzò un coro di voci alquanto stagionato, delle ormai anzianotte suore di parrocchia.
“Ave Maria piena di grazia, il signore è con te. Tu sei benedetta tra le donne, e benedetto è il frutto del seno tuo Gesù. Santa Maria, madre di dio, prega per noi peccatori. Adesso e nell’ora della nostra morte. Amen… Ave Maria”.
Poi si alzò Suor Albina:
“Lino, sa ghéto fato?! Ma sito drio schersare, nea casa casa del signore santisimo benedeto? Ma sito mato? Queo che te ghe dito, s’è da fiol del diavolo! Te predichi tanto ben, ma te rasoli mae!!”
Lino, cos’hai fatto?! Ma stai scherzando, nella casa del Signore santissimo benedetto? Ma sei matto? Quello che hai detto, è da figlio del diavolo! Predichi tanto bene, ma razzoli male!!”
A questo punto erano davvero tutti sconvolti. Si alzarono e cominciarono ad inveire contro il prete, si sentirono “Blasfemo” oppure “Figlio del diavolo”. Ma il culmine della confusioni si raggiunse quando due comare, La Maria e l’Anna, si alzarono e urlarono all’unisono:
“Ladro!! L’è sta lu! Ladro, ladro, ladro!! Blasfemo! Te ghè robà tute le oferte!”
Ladro!! E’ stato lui! Ladro, ladro, ladro!! Blasfemo! Hai rubato le offerte!!”
A questo punto il padre, umiliato a morte, uscì dalla chiesa. Piangendo.

giovedì 7 gennaio 2010

Capitolo 4

Intanto dentro la chiesa era caduto il silenzio, qualcuno era uscito per chiedere al buon Padre la restituzione dei soldi, invano ovviamente. Altri se ne stavano in silenzio seduti sulle panche, a rimuginare sull’accaduto. Ora che tutti avevano incolpato qualcuno, senza conoscerne la sua innocenza, non avevano più nulla da fare. Ad un certo punto si alzò il vecchio Ettore:
“Compagni, gavì fato ‘na capea! No se mia sta el Lino. Mi lo so parchè…. parchè so sta fora con lu a ciacolare. El ga sbaià parchè el ga bestemià, ma savì tuti quanti come che l’è. Podaria esser sta calcheduno che el poe rimanere visin all’altare, sensa che nesuni pensa mae”.
Compagni, avete fatto una stupidaggine! Non è stato Lino. IO lo so perché… perché sono stato fuori con lui a parlare. Ha sbagliato perché ha bestemmiato, ma sapete tutti quanti com’è. Potrebbe essere stato qualcuno che può rimanere vicino all’altare, senza che nessuno pensi male”.
Tutti erano confusi, spaesati, forse perché avevano capito di aver sbagliato. Tutti sanno però che non si può non dare la colpa a qualcuno, tutti sanno che non ci si sente realizzati finché non si ha trovato un capro espiatorio. Dopo qualche istante di borbottii si alzò un vecchio, sulla sessantina, calvo:
“Ma ‘lora, se non l’è sta lu... chi seo el colpevoe? Dime Perugino, ti che te pensi de savere tuto, a chi demo la colpa?”
Ma allora, se non è stato lui... chi è il colpevole? Dimmi Perugino, tu che pensi di sapere tutto, a chi diamo la colpa”.
Tutti volevano dare la colpa a qualcuno, fregandosene se la cosa fosse giusta o meno. L'uomo sostanzialmente tende a trovare il colpevole, tende ad accusare qualsiasi persona. Tutti, forse per pregiudizio, per stupidità, non vedevano di buon occhio Perugino, per quel colore un po’ “abbronzato” come lo definirebbe qualcuno, della sua pelle. Questo per dire che all’interno di quella che dovrebbe essere la casa del signore, si dicono e si pensano cose peggiori del furto stesso. Non contento di aver messo in cattiva luce Lino e il povero Perugino, prese di mira una ragazza, certamente con una fama non delle migliori. Samantha, Sammy, Se ne stava in un angolo, intenta a guardarsi allo specchietto per controllare che il trucco fosse a posto. Era abbastanza irrequieta, forse perché conosceva il colpevole, o forse semplicemente perché doveva uscire con qualche amico poco raccomandabile.
“E ti Samantha, sa disito eh? No te se mia ninte de sta storia? De soito te si sempre ti che te meti le oferte in tel caseto dei pressiosi. Lora? Sa disito?”

E tu Samantha, cosa dici eh? Non sai nulla di questa storia? Di solito sei sempre tu che metti le offerte nel cassetto dei preziosi. Allora? Cosa dici?”.
La povera ragazza, nel pieno dei suoi 16 anni, certamente a volte troppo influenzata dalle sua tempeste ormonali, ma di certo non colpevole della sua età, rimase basita da quella domanda così accusatoria. Alla poveretta caddero davvero le braccia, non sapeva cosa rispondere e se rispondere. D’altronde, cosa fareste voi, lettori, se vi dessero della ragazza di “facili costumi” solo per un modo di vestirsi e di fare un po’ eccentrico? La poveretta non rispose, più indignata che spaventata.
“Lora cara? No te rispondi mia? Vediò cari amici? No la parla parché la sa che a gavaria da dire solo che busìe par no ciaparse e colpe! Forse Lino nol gà fato niente de mae, ma so sicuro che a se sta ea! La se sempre con chei sui ‘mighetti pi grandi de chealtra parocia. Basta, mi me ne vado da sto posto, i se tuti ladri qua dentro, Lino, che putea che a beve bianco che non l’è late, el negro la! Perugino, no me te si mai piassudo. Nol se poe vivare con gente del genere dentra ‘na cesa.”
Allora cara? Non rispondi mica? Vedete, cari amici? Non parla perché sa che dovrebbe dire solo bugie per non prendersi la colpa! Forse Lino non ha fatto nulla di male, ma sono sicuro che è stata lei! Lei è sempre con i suoi amichetti più grandi dell’altra parrocchia (e non dell’altra sponda). Basta, mi me ne vado da questo posto, sono tutti ladri qua dentro, Lino, quella ragazzina che beve bianco che non è latte, e il negro! Perugino, non mi sei mai piaciuto. Non si può vivere con gente del genere dentro ad una chiesa”.
Ebbene si, queste furono le parole assolutamente folli del vecchio. ma la cosa più assurda è che tutti, o quasi, i presenti lo applaudirono. Solo una persona non aveva battuto ciglio dopo tale discorso, Ettore. Se ne stava in un angolino intento a pregare, o almeno così sembrava. Seguirono numerosi discorsi e litigi tra i presenti, ma preferirei risparmiarvi le infamità. Così sospetti e colpe passarono alla povera Sammy, che durante tutti questi calorosi e amorevoli discorsi, da cui poteva trasparire l’immensa saggezza degli stolti, aveva parlato con Don Perugino, che forse era l’unico che le credeva.
Manco a dirlo esiste sempre qualcuno che ha il potere di aizzare le folle contro chi vuole lui. In questo caso la vittima fu la povera Sammy, la cui unica colpa era quella di essere lì in quel momento. La scintilla scaturì da un certo Mario:
“Scoltème. Se tuti quanti che sta tosa la beve, la fuma e che a frequenta un bruto giro. Cosa voì che a fuse par ea rubare el cestin coi schei par la cesa del signore? Magari i ga robà par comprarse e cicche, o chissà cosa. Secondo mi la se sta ea. El povero Lino nol centra niente. Vero che el beve e che ga stupìo tuti quanti oggi quando che el ga bestemà, ma lu nol ga roba niente. La se sta ea!! Parché la se el contraroi del bon Ettore, che el se sempre en cesa, chel aiuta sempre tuti quanti! I dovarìa esere tuti come lu! Samantha, tira fora i schei o ciamemo i puloti! Movate...”
Ascoltatemi. Sapete tutti quanti che questa ragazza beve, fuma e frequenta un brutto giro. Cosa volete che sia per lei rubare il cestino con i soldi per la casa del Signore? Magari li ha rubati per comprarsi le sigrette, o chissà cosa. Secondo me è stata lei. Il povero Lino non centra niente. Vero che beve e che ha stupito tutti oggi quando ha bestemmiato, ma lui non ha rubato niente. è stata lei!! Perché è il contrario del buon Ettore, che è sempre in chiesa, che aiuta sempre tutti quanti! Dovrebbero essere tutti come lui! Samantha, tira fuori i soldi o chiamiamo i poliziotti! Muoviti...”.
La poveretta sbiancò. Scoppiò un polverone tremendo, tutti si urlavano contro nel frastuono più totale. C’era chi difendeva la ragazza, chi l’accusava, chi faceva assurde congetture su una presunta visita di Gesù in persona. Finalmente intervenne Perugino.
“Nel nome del Signore, smettetela!! Branco di vecchi stolti!”.
La voce baritonale del giovane echeggiò per le tre navate della chiesa, sovrastando ogni voce e zittendola.
“Andate tutti fuori, vi rendete conto delle stupidaggini che state dicendo? State andando contro ogni insegnamento di Gesù nostro Signore! Uscite e rinfrescatevi la testa, vi dirò io quando tornare”.
Tutti se ne andarono discutendo animatamente. Perugino rimase da solo nella chiesa silenziosa e spoglia. Era preoccupato dalla piega che stavano prendendo le cose. La comunità era talmente sconvolta dall’accaduta che cercava disperatamente un capro espiatorio, colpevole o meno.