I nostri racconti


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martedì 26 gennaio 2010

Capitolo 2


..Sembrava che l’unica figura a colori in quell’immensità di “bianco e nero” di gente che ogni giorno faceva sempre le stesse cose, da chissà quanto tempo, puntualmente immersa nei propri pensieri, fosse ...__ Corso Palladio, Vicenza.

Ed Eccovi il Secondo capitolo.Come sempre i commenti sono accettati di buon grado. Buona lettura a tutti voi!

Il suono graffiante della sveglia mi strappò a forza da un sonno costellato di preoccupazioni, terrore e ansia. Una nottata da schifo insomma. Avevo due borse sotto gli occhi, testimonianza di quello che si poteva tranquillamente definire un sonno passato a lottare contro la propria coscienza non ancora abituata a sopportare simili scelte, il che mi fece pensare di avere ancora una qualche speranza di recuperare e di evitare quell’orrenda decisione. Il pensiero di un votaccio alla fine dell’anno mi faceva scappare dalla solita routine, dai soliti professori e dalla solita e spoglia aula cui ero maledettamente affezionato, per catapultarmi nel presente, dove a ben pochi importa delle motivazioni e dove tutti mirano ai risultati. A fatica ero arrivato al bagno, colpa del male alla schiena che ormai da qualche mese m’indolenziva la mattina. Mi sentivo un vampiro, ero bianco come il latte e non riuscivo quasi a tenere gli occhi aperti, anche se la luce che filtrava dalle serrande era davvero poca. Per far sparire un vampiro ci vuole una pallottola d’argento, ma ero convinto che una doccia sarebbe bastata a eliminare l’apparente trasformazione in un essere maledetto dal destino. L’acqua gelida mi aiutò a riprendermi e rendermi quantomeno presentabile. Mi stavo asciugando quando sentii mamma uscire da casa. Non so il perché ma questo mi aveva fatto scappare un sospiro di sollievo.
Indossai le prime cose che mi capitarono sotto mano e scesi in cucina per prendere un caffè bollente che in quei momenti era l’unica cosa che mi permetteva di connettere qualche neurone con il resto del mondo. Bussai in camera dei genitori per sentire se papà voleva il caffè, ma mi sospirò qualche incomprensibile parola, ancora impastata di sonno, che per esperienza era da interpretare come un “No grazie Riccardo, mi arrangio io dopo!”. Tornai in cucina e preparai il caffè, ascoltando il felice e spensierato canto degli uccelli. La finestra spalancata faceva entrare una leggera brezza che mi accarezzava il viso, facendomi sorridere. Un sorriso dopo tante preoccupazioni. Il profumo del caffè pronto invase la stanza, adoravo quell’odore, mi metteva in pace col mondo. Oggi no però. Dopo il caffè mi accorsi che erano le 7 e 45.
“Le sette e quarantacinque?! Ma com’è possibile? Maledetta sveglia!”.
Se si fosse alzato papà avrebbe sospettato che progettavo qualcosa di losco, poiché a quell’ora sarei stato normalmente già fuori dalla porta . Corsi di sopra in camera, trovai lo zaino buttato dietro alla porta. Ci ficcai dentro una coperta, nel caso fossi finito per sbaglio in un parchetto; portafoglio, un quaderno e qualche penna. Il minimo necessario per la “gitarella fuori programma”. Scesi facendo attenzione di non fare troppo rumore per non insospettire papà, e passai in cucina a prendermi una bottiglietta di acqua per il viaggio in treno.
Uscito da casa presi la bici dal garage, ci salii e partii per Piazza Castello, dove l’avrei lasciata per andare a fare una buona e consistente colazione in uno dei tanti bar del centro.
Avevo appena chiuso la bici col lucchetto ad un palo davanti al negozio “Coìn” quando intravidi quasi per sbaglio, cercando un buon bar, un volto conosciuto. Stavo percorrendo Corso Palladio ormai, avevo appena passato “Zara” ed ero davanti al “bar Italia”. Quasi facevo un colpo. Era lei! “Non ci credo, sto sognando!” pensai. Una ragazza e i suoi capelli color del miele. Camilla. Quel nome mi sembrava poesia, m’isolava da tutto ciò che mi accadeva intorno, dalle centinaia di persone che in quel momento passavano per il centro, dirette chissà dove. Sembrava che l’unica figura a colori in quell’immensità di “bianco e nero” di gente che ogni giorno faceva sempre le stesse cose, da chissà quanto tempo, puntualmente immersa nei propri pensieri, fosse quella ragazza seduta sola al tavolino, con innanzi a se un cappuccino, la sua solita brioche alla marmellata di albicocca (sono certo di non sbagliarmi!) e l’immancabile rivista di moda. Ero immobile, imbambolato ormai da un minuto e, in mezzo a quella miriade di gente in movimento, dovevo sembrare una di quelle persone tutte d’argento che se ne stanno immobili in mezzo a tutti, nella speranza che qualcuno lasci uno spicciolo per far cambiare loro posa. Mi notò, ovviamente, e si girò incuriosita. Quella mattina vestiva in rosso e bianco, colori che sembravano essere stati creati apposta per lei. La camicetta attillata le faceva risaltare i seni e la gonna faceva scorgere le sue bellissime gambe. Mi fece cenno di venire avanti e mi avvicinai attonito ma tremendamente felice, dimenticando ogni brutta cosa, anche il motivo per cui mi trovavo lì in quel momento. Mi accolse con uno splendido sorriso che mi fece arrossire… ero parecchio imbarazzato!
“Il secchione della classe in centro a quest’ora? Come mai?” mi stava guardando con fare dubbioso, il che mi aveva messo un po’ in difficoltà.
“La stessa domanda si potrebbe fare a te, Camy! Come stai?” cercai di sfoggiare il migliore dei miei sorrisi, anche se non deve essere stato un gran che.
“Siediti pure Riky, comunque bene dai. Ovviamente sono un po’ tesa. Avrai capito che ho bruciato, non sapevo un accidente ieri! Piuttosto di non prendere tre alla fine dell’anno ho preferito saltare la verifica e rimandare alla settimana prossima. Ho chiesto a Tommy cosa faceva oggi, e sapendo che è un fan sfegatato di Ligabue, alcune voci dicono che sarebbe andato al concerto di oggi all’Arena di Verona. E così è stato. E quindi indovina?? Oggi si va a Verona con Tommy!”.
Quando sentii il nome di Tommaso, una vena di gelosia mi salì dritta alla testa, nonostante fosse uno dei miei migliori amici. Perché non mi aveva detto nulla?
“Ah Tommy? Strano non mi abbia detto nulla...”.In quel momento arrivò ad interrompermi, precisa come un orologio svizzero, la cameriera. Ogni ragazzo delle superiori che si rispetti la conosceva essendo il Bar Italia un punto di ristoro e ritrovo comune. Lei era presa in giro per il vistoso neo in mezzo alla fronte.
“Posso portarti qualcosa?” disse.
“Uhm... oggi vada per caffè e brioche alla crema, come sempre!”. Si congedò con un sorriso, permettendomi di proseguire.

domenica 24 gennaio 2010

Capitolo 4


"...Le palpebre erano pesanti come mattoni e tutto sembrava invitarti a dormire, anche il paesaggio che passava veloce dal finestrino..."

La carrozza su cui eravamo saliti era piuttosto vecchia, e si sentiva puzza di chiuso. I nostri posti erano i numeri 15 e 16, cercandoli arrivammo alla cabina numero 3.
“Allora, dal 7 all’11... no, il prossimo. Eccolo qua Camy, è il nostro scompartimento: dal 12 al 17!”.
Aprii a fatica la vecchia porta di legno piena di polvere, sembrava che non fosse passato nessuno a pulire da tanto tempo. Intanto il lungo convoglio in cui eravamo saliti aveva cominciato a muoversi lentamente e in quel momento era uscito dalla stazione di Vicenza incamminandosi per il viaggio. Quando finalmente riuscii ad aprire con difficoltà quella porta mi scostai, lasciando spazio alla ragazza che era al mio fianco.
“Addirittura! Quale onore! Come mai tutte queste attenzioni, non è il mio compleanno!” Avanzò due passi incerti dentro al vecchio scompartimento.
“Ti ho detto di non fare domande. Questa mattina mi sono svegliato di buon umore, ecco tutto. Mamma mia, avrà più del doppio della mia età questa carrozza!” Camilla annuì lentamente mentre sprofondava in uno dei comodi sedili ai lati dello scompartimento, di fianco al finestrino.
Dopo di lei entrai anch’io, testai la comodità dei sedili e poi misi il leggero zaino sul porta bagagli.
“Allora, che si fa mentre non arriviamo a Verona?” Chiesi guardando fuori dal finestrino.
“Mah, io avrei intenzione di leggermi un pochino Vogue e poi boh, non so neanche io. Sinceramente non mi sono organizzata benissimo. Tu?”. Si girò verso di me fissandomi dritto negli occhi. In quel momento la carrozza era deserta, l’unico suono udibile erano le sue ultime parole, quasi sussurrate, e il suono ovattato che proveniva da fuori. Ero perso nei miei pensieri, sognavo ad occhi aperti, ma il suo sguardo interrogativo e insistente mi riportò al presente.
“Io? Non ho niente, questa mattina mi sono fatto lo zaino di fretta perché ero un pochino in ritardo. Adesso guardo cosa esce dal mio cilindro magico”. Mi alzai pigramente dalla comodità del sedile, presi lo zaino e di nuovo mi risedetti. Lo aprii e cominciai a spulciare le varie tasche dello spazioso Eastpack.
“Allora, vediamo cosa offre oggi il bazar. Coperta, rigorosamente nera, nel caso capitassimo in un parco, bottiglietta d’acqua, sete?” Parlavo come una di quelle checchette che fanno le televendite alla tv per signore anziane che se ne stanno a casa tutto il giorno, stile Eminflex o Mondial Casa.
“No grazie riky”. Proseguii nello stesso stile:
“ Poi… portafogli, beh ovvio, e ancora... iPod!? Che ci fa qua dentro? e ancoraaa... Carte da briscola! Olè!” Imitai un'ola fatta da ultras, per poi dileggiarmi in un’imitazione stridula del tifo da stadio.
“Ahahah, scemo!Ti è mai venuto in mente di andare a fare provini per un circo? Saresti perfetto!”. Aveva un’espressione molto divertita dipinta in faccia e questo mi spinse a continuare la piccola scenata.
“Non ancora. Al circo non ho fatto richiesta, questo è vero; in compenso però sono talmente famoso da aver ricevuto l’invito, ovviamente declinato educatamente, da un paio di manicomi. Mi avrebbe fatto piacere rivedere un po’ di lontani parenti”. Espressione e gesti fatti rendevano la cosa comica e buffa. Andai avanti a fare lo stupido per 5 minuti, dopo di ché le idee cominciarono a venir meno e il teatrino chiuse baracca e burattini.
“Parlando di cose un attimo più serie, e meno da venditori di tappeti nelle televendite, come mai il tuo ragazzo non ci ha seguiti?”. Decisi di rompere così il silenzio che ormai da un paio di minuti opprimeva il piccolo spazio, facendo più rumore dello sferragliare delle ruote sulle rotaie. Era il classico silenzio d’imbarazzo che ti opprime e che ti martella dentro. Tanto, troppo.
“Perché non c’è nessun ragazzo, ovviamente. Pensano tutti ad una cosa sola, e non è certo il sentimento. Vogliono tutti Quella e te lo sbattono pure in faccia! Però, dicendola tutta uno che mi piace ci sarebbe. Purtroppo se ne sta sul suo piedistallo tutto d’oro, lassù, solo soletto a guardare la povera gente sotto di lui e a ridersela di gusto”. Le parole potevano sembrare trasudanti di disprezzo e dette con un po’ di amarezza, io invece ci leggevo qualcosa di meglio. Ci leggevo affetto, tanto affetto. Mentre ne aveva parlato le si erano illuminati gli occhi, proprio come se ne fosse innamorata.
“E non mi dici chi è?! No, non puoi, io sono Riccardo, non mi si può nascondere nulla”.
Era vistosamente arrossata alla domanda, un po’ mi sentivo in colpa ma la consapevolezza del fatto che ci fosse un buon motivo per arrossire prese a calci nel fondoschiena il senso di colpa e, come un buttafuori, se lo caricò in spalla e lo gettò in una pozzanghera subito fuori dalla porta sul retro.
Mi guardò dritto negli occhi, fissandoli come se volesse dirmi il nome oggetto del discorso con il pensiero. Proprio quando stava per aprir bocca e confessare, il suo sguardo cadde a terra, inciampando in flebili e impercettibili parole, cercando il nome sul pavimento consumato dal tempo e dai piedi di chissà quanti pendolari. “Non penso proprio troverai il nome scritto qui sotto da qualche parte sai. Tranquilla, se non vuoi dirmelo, non importa, dopotutto sono affari tuoi. Non ho nessun diritto di immischiarmi in faccende che non mi riguardano”. Cercai di essere il meno convincente possibile.
Alzò lentamente lo sguardo verso di me si alzò e poi inaspettatamente mi si siede sulle ginocchia e comincia a baciarmi avidamente. Mi aveva preso in controtempo quando aveva timidamente insinuato la lingua tra le mie labbra. Cominciai ad accarezzarle i capelli morbidi, poi il collo, il suo dolce calore mi cullava.
“Riky, mi ascolti?!” L’immagine si offuscò d’un tratto e come una nuvola di fumo bianco svanì, lasciando spazia alla realtà ed a una Camilla un po’ più in là di prima. Il tutto tra le proteste sonore del pubblico che urlava alla truffa e voleva il rimborso di un biglietto mai pagato minacciando di contattare il titolare.
“Cosa? No scusami, non ti seguo... dicevi?”.
“No è che... Non so neanche io che cosa provo realmente per lui, sto ancora cercando di riordinare le idee. Capisci?”.
“Beh, più o meno è la stessa situazione che sto vivendo anch’io. Lo so, non è il massimo, ma ci vuole la pazienza di riordinare le idee e capire cosa ti gira per la testa”.
Non avendo altro da dirci Camilla continuò a leggere il suo Vogue fino a consumarne le pagine e io tirai fuori l’iPod. Dopo tre canzoni arrivò l’abbiocco. Le palpebre erano pesanti come mattoni e tutto sembrava invitarti a dormire, anche il paesaggio che passava veloce dal finestrino.
“Tu non hai sonno Camy?”. Domandai tra uno sbadiglio e l’altro.
Nessuna risposta.
“Camy!”.
Niente. Così mi alzai a sedere, per poi accorgermi che anche lei doveva essere sull’assonnato, dato che dormiva beatamente come un angioletto con la sua rivista sul grembo.
“Lo prendo come un si”. Cerc

sabato 23 gennaio 2010

Capitolo 5

Stazione Milano Centrale. Treno 9705 Trenitalia da Venezia Santa Lucia in arrivo al binario 4. ...”_ Binario 4, Stazione Centrale, Milano_

“Stazione Milano Centrale. Treno 9705 Trenitalia da Venezia Santa Lucia in arrivo al binario 4”
La voce secca e spiccia dello speaker mi svegliò tutto d’un colpo.
“Milano? Stazione Centrale? Ma dove cazzo siamo finiti?! Merda… ci siamo addormentati! Camilla!”. Ero agitatissimo, non capivo più nulla. Dovevamo essere a Verona, ed eravamo a Milano! Per fortuna non è passato il controllore dopo Verona, lì si che sarebbero stati cavoli amari!
Le parole ancora impastate di sonno della ragazza mi destarono dalla mia veloce analisi della situazione.
“Che succede Riky? Dove siamo? Che ore sono?”.
“Ci siamo addormentati, siamo a Milano e sono circa le dieci. Insomma, nella merda fino al collo!”.
Lei rimase in silenzio, forse per riattivare il cervello, forse per capire com’era cambiata la situazione. Eravamo a Milano invece che a Verona, erano le dieci e non sapevamo più che accidenti fare.
Dopo che le porte furono aperte, scendemmo con aria confusa, come profughi appena sbarcati da un viaggio lungo ed estenuante. Io personalmente non sapevo che fare. Dopo aver buttato delle occhiate qua e là, trovai l’uscita e mi trascinai dietro la ragazza che sembrava essere in uno stato avanzato di catalessi.
“Beh Riky, siamo nella città della moda, da soli, senza limiti, tu ed io. Direi di darsi alla pazza gioia! E ceste il resto”. Sembrava essersi svegliata appena i primi raggi di sole le illuminarono il viso, un po’ come un fiore ai primi soli primaverili.
“Dai allora! Andiamo! Bene, da quello che mi ricordo dall’ultima volta che sono stato qui, andare in centro a piedi è da suicidio! Direi quindi che è meglio prendere la metropolitana e poi vedere come va”. Controllai di avere il portafogli con abbastanza soldi per shopping, pranzo e ritorno. Stranamente avevo con me il bancomat che mi avevano regalato i miei 6 mesi prima.
“Dovrei avere circa 150 euro cash, più il bancomat”.
“Hai capito il ragazzino! Dovrei uscire con te più spesso accidenti!”.
“Eh, tutto merito delle mancette dei parenti per il compleanno!”.
Eravamo in Piazza Duca D’Aosta, davanti all’uscita della stazione. Di fronte a noi si poteva chiaramente leggere l’insegna della metropolitana.
“Dai, andiamo!”. Le presi la mano e attraversammo la strada di corsa. Scendemmo le scale della metro lentamente, come se ci stessimo inoltrando in qualche posto sconosciuto. La biglietteria era alla nostra destra e dentro al “baracchino” c’era una donna sulla cinquantina con aria assolutamente annoiata, di una che è lì dentro rinchiusa dalle sei di mattina e non aspetta altro che uscire a fumarsi una sigaretta.
“Buon giorno signora, due giornalieri per studenti per favore”.Cercai di essere il più gentile e autoritario possibile.
“We bimbino! Ho quarant’anni, mica settanta! E poi, cosa pensi di essere il più bello di tutti che vuoi lo sconto per studenti? Non siamo mica a casa tua, adesso paghi la tariffa intera o te ne vai in giro a piedi! Tiene bimbetto, due giornalieri, sono 6 euro”. L’educazione e il buon umore della “quarantenne” mi fecero piacere come un calcio nel fondo schiena. Contai fino a dieci per controllarmi, ma l’unico risultato fu quello di far venir in mente altri insulti.
“Grazia mille SIGNORA, buona giornata!” Digrignai a denti stretti per non far scappare inutili insulti, ci scambiammo due occhiatacce e buttai lì sette euro, senza neanche aspettare il resto. Ce ne andammo e dopo aver passato i cancelletti, ci fermammo davanti a una mappa della metro. Discutemmo qualche secondo sulla destinazione, per poi decidere unanimemente per il Duomo.
“Allora, vediamo… Per Piazza Duomo dovrebbe essere, si, la linea gialla. 1, 2, 3… quarta fermata. Ok?”.
“Si si, a postissimo. Sei meglio di un navigatore. Aspetta, gli orari. Allora… la prossima corsa dovrebbe passare tra... ADESSO! Corri corri corri! La perdiamo sennò!”.
Erano le 10 e 16 minuti. Correvamo come forsennati giù per gli stretti scalini dei corridoi per arrivare al binario giusto. Era proprio una giornataccia. La mattina avevamo rischiato di perdere il treno, poi ci eravamo addormentati, e la poi la metro, non era possibile.
“La sai la direzione almeno? Hai guardato spero!”.
“Allora, non mi ricordo! Una è per S. Donato e l’altra per Maciachini…”.
“S. Donato, sono sicuro. Dai svelta, per di qua”.
Arrivati nel tunnel della fermata, ci accorgemmo con conforto che era un po’ in ritardo e mancava ancora circa un minuto all’arrivo.
“Per fortuna è in ritardo, non avevo proprio voglia di aspettare fino alla corsa successiva! Dai sediamoci che sono stanca morta”. Ancora stava parlando che lo stridere dei freni annunciò l’arrivo della metro.
“Ok come non detto. Dai entriamo Riky” mi cinse i fianchi con timidezza. Ero impietrito, il cuore che ballava la salsa mi faceva mancare il fiato. Con la stessa delicatezza di una rosa le passai il braccio intorno alla vita ed entrammo nella carrozza.
Essendo le 10 e 20, minuto più minuto meno, era completamente vuota, salvo qualche anziana signora o qualche asiatico che armeggiava con la macchina fotografica e la guida della città.
Ci sedemmo sui duri sedili del metrò, ma che dopo la cavalcata per arrivare in tempo sembravano comodissimi. Avevamo circa 20 minuti di tragitto per arrivare a destinazione quindi tirai fuori dallo zaino l’iPod e, porgendo una cuffietta alla mia compagnia di viaggio, cercai qualche canzone che piacesse a entrambi.
“Senti questa!” bisbigliai, lei indossò la cuffietta e cominciò a canticchiare Fix You, ovviamente dei Coldplay. Sapevo benissimo che era la sua canzone preferita, insieme a tutte le altre del gruppo britannico. I 20 minuti di viaggio passarono velocissimi, forse per le canzoni che ascoltavamo insieme, o forse per i viaggi mentali che mi facevo. Tra un brano e l’altro avevo tenuto il conto delle fermate, ovviamente al fine di evitare il ripetersi di sgraditi eventi. Viaggiavamo veloci tra i tunnel e lo sferragliare faceva da sfondo, coprendo la melodia della musica, ridotta quasi ad un bisbiglio. Di colpo la metro iniziò a frenare. Feci un leggero cenno alla mia compagna di viaggio che alzò la testa lentamente, che aveva capito. L’atmosfera era quieta e rilassata, quasi la calma prima della tempesta. Tutto si muoveva lentamente: la vecchietta davanti a noi che si leggeva “Donna Moderna”, l’asiatico rintanato nell’angolo in fondo che maneggiava con nervosismo la macchina fotografica e un ragazzo in giacca e cravatta salito la fermata precedente che si leggeva in tutta tranquillità un libro di Grisham. Ci fermammo e le porte si aprirono. Camilla mi porse la cuffietta, la presi e misi tutto nello zaino nero. Questa volta fui io a prendere l’iniziativa e le cinsi i fianchi perfetti. Ci avevo pensato sopra tutto il viaggio e finalmente avevo trovato il coraggio.
Mi guardò sorridendo e poi uscimmo dalla fermata in silenzio. Finalmente salimmo in superficie e il sole un po’ ci abbagliò.

venerdì 22 gennaio 2010

Capitolo 6

"...Passato il portone, si aprì davanti a noi l’immenso parco, una distesa verdeggiante di erba e alberi, e qualche famigliola qua e la. ..."_Castello Sforzesco, Milano_

Erano circa le 10 e 45 e Piazza Duomo era gremita di visitatori e non. Il Duomo si imponeva solenne di fronte a noi, bianco e illuminato dal caldo sole estivo. Davanti a questo spettacolo restammo qualche minuto imbambolati a guardare la magnificenza dell’ edificio, in un silenzio quasi religioso.
Non sapevamo cosa fare così, da bravi vicentini, decidemmo di fare sosta in un bar: la scelta cadde sul famoso “Zucca in Galleria”, storico caffè del centro all’entrata di galleria “Vittorio Emanuele II”.
“Ci spenneranno come polli, però ci possiamo gustare uno spritz in Piazza Duomo!” dissi, appena trovato un posto all’aperto.
“Questo è sicuro. Allora, che si fa? Non era certo in programma questa piccola deviazione”. Rimasi a pensarci sopra qualche secondo, tuttavia non erano molte le cose che mi vennero in mente.
“Beh... non sarebbe una brutta idea fare un giro in galleria, vedere qualche negozietto. Magari c’è qualcosa di carino! Un pranzo al volo e poi si potrebbe andare al Castello Sforzesco se abbiamo tempo. Così vediamo il parco. Tu che ne dici Camilla?”. Mentre ci pensava sopra arrivò il cameriere per prendere le ordinazioni, veloce come un falco che cattura un topolino e se lo mangia in un boccone.
“Che cosa desiderate ragazzi?”. Il tipo era alto e molto giovane, vent’anni al massimo. Bisognava ammettere che era un gran bel pezzo di ragazzo e Camilla se n’era sicuramente accorta. “Ma guarda come si atteggia il tipo! Guardala e ti ammazzo, ti rompo le ossa una per una. Parto dalle dita delle mani e arrivo ai piedi! Cazzo la guardi che non la conosci neanche!”. Per fortuna lo pensai soltanto. Il tipo era un po’ imbarazzato perché continuava a sbagliare l’ordinazione. Scriveva e cancellava, riscriveva e ricancellava. Dopo un po’ di tempo riuscimmo a ordinare due spritz e il ragazzo se ne andò, finalmente.
“Oh Riky! Visto che figo?”.
“Sarà, a me non sembrava tutta sta bellezza! Comunque, tornado a prima, che ne dici?”. Avevo risposto seccamente, in modo da insabbiare definitivamente l’argomento “Figo del bar” e passare a cose più serie.
“Si dai, non è una brutta idea... Magari trovo qualcosa di carino da prendermi”.
Finalmente dopo qualche minuto di attesa, passato al telefono con Tommaso per raccontargli le ultime novità, arrivarono gli spritz con un po’ di patatine. Per fortuna però non fu il cameriere di prima a portarle, ma una donna sulla trentina, e così evitammo gli odiosi commenti precedenti.
Cominciai a sorseggiare tranquillamente il mio drink, godendomi la fresca brezza che spirava sulla piazza. Quando presi coraggio guardai il conto. Per poco mi soffocavo!
“L’avevo detto io che ci avrebbero spennati. Va beh, siamo in Piazza Duomo, non ci si poteva aspettare altro”.
Passò circa mezz’ora, noi seduti a sorseggiare gli spritz e parlare del più e del meno. Nonostante gli imprevisti vari la giornata mi piacque da morire. Ero a Milano, con la ragazza di cui ero follemente cotto e tutto sembrava andar bene.
Erano ormai le 11 e un quarto quando decidemmo di andare verso castello sforzesco. La strada era parecchio lunga, ma camminando mano nella mano tutto il resto mi pareva tremendamente inutile, indifferente e secondario.. Era come se ci fossimo solo io e lei! Non riuscivo a staccarle lo sguardo di dosso, mi godevo ogni curva del suo corpo, ogni sillaba delle sue dolci parole. Quasi brillava di un’aurea argentea.
Ci mettemmo un bel po’ ad arrivare a destinazione perché la ragazza si fermava ad ogni negozio a guardare con scrupolosa attenzione le vetrine, o alcune volte ci entrava per osservare più da vicino e toccare con mano i vestitini che la incuriosivano particolarmente. Parlavamo, scherzavamo, ridavamo. Sembravamo in un mondo tutto nostro.. che sensazione incredibile!
Finalmente arrivammo a destinazione, con qualche borsa in più, ognuna piena del più e del meno. Davanti a noi si aprì la vista del Castello Sforzesco, grande e imponente. La brezza aveva lasciato posto ad una cappa di calore insopportabile, che ti mozzava il fiato in gola. Insomma, un caldo cane. Arrivato in prossimità della fontana rotonda, davanti all’entrata del castello, mi sedetti sul bordo e mi rinfrescai un po’ il polso e la fronte.
“Per fortuna c’era la fontana! Altri cinque minuti sotto ‘sto maledetto sole e ci lasciavo le penne!”. Dissi alzandomi.
“Non dirlo a me, sto morendo di caldo! Accidenti, si stava così bene con la brezza di prima... va beh, entriamo così ci stendiamo sotto qualche albero? Così ci rinfreschiamo all’ombra”.
Annuii lentamente mentre cominciavo a camminare nella direzione indicatami dalla Cami. Passato il portone, si aprì davanti a noi l’immenso parco, una distesa verdeggiante di erba e alberi, e qualche famigliola qua e la.
“Direi di mettersi la” dissi indicando una fontanella “Così abbiamo acqua comoda. Stendiamo la coperta e sdraiamoci sull’erba vah!”.
“Si dai, così finisco di leggere Vogue e magari facciamo anche un pisolino, che non sarebbe proprio male”.
Così facemmo, stesi la coperta sul manto erboso, tirai fuori iPod e acqua e mi stesi.
“Oh la, adesso si che si sta comodi!”. Camilla si stese di fianco a me, stringendosi un pochino per non sporcarsi con il terriccio. Mi misi le cuffiette alle orecchie e stavo per scegliere l’album da ascoltare quando la ragazza mi si avvicinò titubante. Eravamo faccia a faccia, ci guardavamo intensamente negli occhi, quasi per cercare di leggere uno il pensiero dell’altra; prendendomi in controtempo lei si avvicinò lentamente, per poi baciarmi dolcemente le labbra.
La cosa mi lasciò letteralmente di stucco, non capivo più nulla, il cuore batteva come un forsennato, facendo le capriole.. Sì, letteralmente! Dovevo essere diventato completamente bordeaux perché sentivo la faccia bollente. Finalmente mi ripresi da quello stato di assoluto stupore. Le sue labbra erano morbide e leggermente umide, sentivo il calore della ragazza incendiarmi il cuore. Le cinsi i fianchi e la strinsi forte a me, assaporando quel momento e gustandomi con delicatezza il suo corpo perfetto, la sua femminilità, il suo profumo inebriante. Passammo ore abbracciati l’uno all’altro scambiandoci baci pieni di passione, dolcezza.. e forse chissà…….. pieni di amore!
Finalmente era mia.

giovedì 21 gennaio 2010

Capitolo 7


Ci eravamo assopiti così, abbracciati e avvinghiati l’uno all’altra. Erano ormai le 6 e 30 quando mi destai lentamente, colpa di un messaggio.
“Dove sei Riccardo?! Ti aspettavo a casa alle 3!”. Era mia mamma!
“Ma porca troia! Mi ero dimenticato, cazzo. E adesso che le dico a quella donna?!”. Dopo le mie lodi alle prostitute, Camilla si svegliò chiedendomi il perché delle imprecazioni.
“Mi ero dimenticato di scrivere a mia mamma qualche scusa per pararmi il culo… va beh, le scrivo che sono stato a scuola per una ricerca, il telefono non prendeva e che poi vado a mangiare a casa di Giò, quello di 2 AT. Che ne dici? Regge come scusa?”.
Camilla mi guardava un po’ storto, ma poi annuì.
“Beh Riky, direi che essendo le sei e mezza sarebbe anche ora di andare… O no?”. Risposi con un si distratto, mentre cominciavo a mettere nello zaino tutto l’armamentario.
Ci baciammo ancora, abbracciati in mezzo a quel deserto verde, come due statue, il cui bacio continua nell’eternità. Attraversammo il portone d’entrata e arrivammo alla stazione della metrò vicino alla statua equestre di Giuseppe Garibaldi. Camminavamo, io tenevo stretta la sua piccola mano, e tenerla così stretta m’infiammava il cuore. Eravamo sue piccioncini, io con un sorriso ridicolo stampato in faccia, lei che vagava con la mente chissà dove sulle ali di chissà qual desiderio.
“Speriamo non ci sia la simpatica signora di prima!”.
Sorridemmo entrambi quando cominciò a squillare un cellulare sulle note di “I Will Survive”.
“Pronto?” rispose Camilla. Dagli urli e dagli squittii capii che doveva essere Elena, la sua migliore amica. Intanto avevamo già comprato i biglietti e stavamo camminando con molta calma verso la fermata della linea Verde. Mentre Camilla continuava a ciarlare con l’amica (le donne sono così, quando iniziano a telefonare, non finiscono proprio più), finalmente arrivò il convoglio che, data l’ora, era traboccante di pendolari.
“Che rottura! Cami, attenta alle borse mi raccomando”. Lei annuì distrattamente ed entrammo finalmente nel mare di gente davanti a noi. Passammo i quindici minuti successivi stritolati tra i passeggeri, che ad ogni spostamento laterale o ti pestavano i piedi, o ti urtavano violentemente. Finalmente uscimmo, asfissiati dalla mancanza di aria e anche un po’ rintronati dal rumore. Sentii Camilla che salutava la sua amica e..
“La borsaaaa!!! Riccardo, mi hanno rubato la borsa!”. Lo sapevo che andava a finire così, le risposi il più dolcemente possibile.
“Non vorrei dirlo ma… Te l’avevo detto! Va beh, ormai è fatta. Non possiamo andare a fare denuncia perché saremmo nella merda entrambi, quindi direi… ceste, ormai è inutile piangere sul latte versato!”.
Camilla borbottò qualcosa ma poi mise il cellulare nel mio zaino, mi prese per mano e ci incamminammo verso la stazione che distava pochi passi dalla fermata della metrò. Preso il biglietto per Venezia, entrammo nella grande stazione per poi salire sul convoglio che, già in stazione, sarebbe partito di lì a pochi minuti. Era stata una giornata davvero intensa, prima la decisione di bruciare, l’incontro con Camilla, (e che incontro!) la partenza per Verona e l’arrivo a Milano. Il bacio. Eravamo stesi sui sedili dello scompartimento, una accoccolata all’altro, scambiandoci parole dolci e gesti affettuosi. Avevo avuto molte ragazze, ma lei era la prima che davvero desideravo e a cui tenevo per davvero. Mi aveva rapito il cuore, e ora volevo solo che lo custodisse con cura. Il viaggio mi parve durare pochissimo, colpa della dolce compagnia, colpa dei pensieri, o come mi piace definirli film. Sta di fatto che erano le 9 meno un quarto quando arrivammo alla stazione di Vicenza, svegli. Ci salutammo con molta calma, seduti su una panchina della sala d’attesa dello stabile. Non volevo andarmene ma dovetti cedere alla tentazione di stare con lei fino a tardi quando mia mamma mi chiamò per sapere a che punto ero. Solo allora mi accorsi di avere una fame terribile, ricordandomi che a pranzo non avevo toccato cibo. Dopo mille baci io e Camilla ci lasciammo, con la voglia di rivedersi il prima possibile, con il desiderio irresistibile di passare ore e ore abbracciati, in intimità. Per strada mi fermai al primo bar per comprarmi un panino e qualcosa da bere e dopo una buona mezz’ora arrivai a casa, sudato per il caldo e per la fatica. Non salutai neppure, andai diretto in camera nella speranza che mia mamma non mi chiedesse i particolari della giornata. Continuavo a pensare e a ripensare a lei. Mi ritrovai disteso sul letto, a petto nudo e con gli shorts da basket pensando alla giornata, sicuro di una cosa: ero insieme alla persona che più avevo desiderato fino a quel momento e questo mi fece dimenticare tutto ciò che c’è di brutto al mondo, anche il fatto che l’indomani avrei dovuto svegliarmi presto per andare a scuola. Mi addormentai pensando al bacio al parco e con questo dolce pensiero mi addormentai cullato dalle parole: “Non ci lasceremo mai, siamo il giorno e la notte, siamo il bene e il male, siamo il tutto e il nulla. Senza uno l’altro non ha motivo d’esistere. Ti ho desiderato per anni, e ora solo ho capito che sei tutto per me”. Le aveva pronunciato la mia principessa prima che ci salutassimo.
La notte passò velocissima, come un treno lanciato a tutta velocità verso la sua meta, qualsiasi essa sia. Fu così che la mattina mi svegliai, mi preparai per andare a scuola.
E ci andai.

sabato 2 gennaio 2010

Capitolo 2


“Pronto Fra!! Ci sei?” Disse dall’altro capo del telefono Giulia, con tono abbacchiato.
“Si, dimmi, tutto bene?”
“No, tutto molto male. Non posso venire perché l’Annina sta male, la bronchite è peggiorata e quindi sto a casa con lei, non voglio lasciarla da sola. Scusami, ti toccherà stare con Davide tutto il pomeriggio”.
“Pfff, mi dispiace amore, va beh dai ci vediamo domani a scuola! Salutami la sorellina, ciao”. Poi riattaccarono. Davide alzò lentamente gli occhi sorridendo.
“Chi non viene?”. Chiese in fine, attirando l’attenzione della cameriera che annuì.
“La Giulia non può venire perché sua sorella sta male, quindi mi sa che staremo da soli.” Disse Francesca senza pensarci sopra molta.
“Giulia? Ma come non sei tu???”. Francesca, resasi conto della cavolata che aveva appena detto,
diventò rossa come un peperone.
“SI! SCUSAMI MA HO SBAGLIATO! Beh è ovvio che intendevo dire Francesca, Giulia sono io,
eh!” Poi fece un sorriso nervoso sperando che il ragazzo se la bevesse d’un sorso. Ormai si poteva intuire dell’inganno, ma stava andando meglio del previsto. A Francesca Davide piaceva sempre di più, rimaneva incantata dalla sua voce e dallo sguardo, sembrava le potesse leggere nella mente, dando sempre la risposta migliore. Finalmente dopo qualche momento di silenzio un po’ imbarazzato arrivò la cameriera a prendere gli ordini.
“Ditemi pure ragazzi”.
“Per me un succo d’arancia rossa, se è possibile.” Disse con cortesia il ragazzo.
“Certamente, tu?” Disse la ragazza rivolta a Francesca, che era persa nei pensieri che le stavano turbinando per la testa.
“Eh? O si certo, da bere... ehm... acqua e menta, con tanto, tanto ghiaccio per favore”. Rispose distrattamente, non sapeva cosa fare, non voleva dire chi era veramente, perché Davide le interessava. Però se avesse continuato rischiava di fare ancora confusione coi nomi e farci una figuraccia ancora peggiore. I due chiacchierarono del più e del meno, specialmente di se stessi, per conoscersi. Parlando Francesca scoprì che Davide aveva 17 anni, frequentava il Lioy solo perché lo voleva suo padre e non gli piaceva proprio come scuola anzi, la detestava. Abitava in centro e aveva la morosa, di Torri di Quartesolo. Insomma, un ragazzo che dopo averci parlato per un’ora buona era davvero affascinante, saranno gli occhi, il modo di parlare, l’atteggiamento, ma a Francesca non dispiaceva affatto. Finito di bere qualcosa di fresco pagarono e si alzarono discutendo sul dove andare e cosa fare.
“Io direi di andare al Querini, magari ci mettiamo sotto qualche albero e stiamo un po’ all’ombra, e poi ora che sono le 5 e mezza passate è un po’ più freschetto, ti piace l’idea Davide?”.
“Direi che è un’ottima idea! Anzi, potremmo fare una cosa del genere, passiamo per casa mia che tanto è lì attaccata, prendiamo le coperte, qualcosa da bere, le carte e cose del genere e poi andiamo, ok?”.
Francesca annuì, pienamente d’accordo con l’idea di Davide.
“Per dove andiamo allora Davide?”
“Vediamo, ci conviene andare Corso Fogazzaro, tagliare per contrà Riale, dopo la scuola giriamo a sinistra Contrà Porti e sbuchiamo davanti casa mia. Oro direi!”. Così i due si incamminarono discutendo su cosa fare al parco, Francesca era lentissima a rispondere perché doveva sempre riflettere su cosa dire, come dirlo, se dirlo, e ogni volta Davide la prendeva in giro. Così, tra una risata e l’altra, i due arrivarono a casa del giovane, che era davanti alla libreria in contrà Pusterla.
Davide aprì il portone e si fece da parte per far passare Francesca che arrossì un pochino, imbarazzata dal comportamento del giovane.
“Prego, milady. Dopo di lei” disse sorridendo.

venerdì 1 gennaio 2010

Capitolo 3


Francesca entrò un po’ titubante, non sapendo dove andare o cosa fare. Davanti a se si aprì un corridoio che dava sull’ampio e luminoso salotto, interamente arredato in stile moderno, tutto su colori tenui come il bianco, il panna ecc...
“Aspettami qua che vado a prendere le coperte e tutto il resto, va bene se prendo le carte? Così abbiamo qualcosa fare”. Ormai era già chissà dove e Francesca sentiva il rumore delle ante degli armadi che si aprivano e chiudevano. Poi una porta, probabilmente della cucina, si aprì e sbucò fuori la testa di Davide:
“Da bere preferisci Coca, aranciata, acqua... ? Ah, qualcosa da mangiare anche?”.
“Per me va bene anche acqua, e no grazie, Davide, non ho fame”. I due in 5 minuti furono di nuovo fuori, attraversarono la strada e dopo poco tempo furono davanti al portone d’entrata. Il parco poco a poco si stava svuotando dato che ormai erano le sei e si potevano vedere famiglie o gruppi di amici che cominciavano a smontare baracca e burattini per tornare a casa dopo una giornata all’aria aperta.
“Allora, dove vuoi che ci mettiamo?”
“Per me è uguale, anzi mettiamoci sull’erba al sole così ci prendiamo gli ultimi raggi e mi tolgo le ballerine che mi fanno un male assurdo cavoli!”. Davide allora prese lo zaino nero da terra e si incamminò verso un punto indefinito del prato. Finalmente dopo aver girovagato di qua e di là trovo un posto asciutto, senza troppe buche e senza troppo fango, ci stese sopra le due coperte e si sedette, occupando più spazio possibile.
“Beh ma anca manco eh! Grazie sai!” Disse indispettita Francesca con le scarpe rosa confetto già in mano.
“Ah ma erano anche per te le coperte? Se lo sapevo ne portavo un’altra! Avevo capito che saresti stata in piedi!”. Ribatté ridendo il ragazzo che, tirandosi su fece un po’ di spazio all’amica.
“To’ dai, ti lascio un angolino solo perché hai male ai piedi, ma ritieniti fortunata!”. Non soddisfatta gli diede un calcetto amichevole e poi si sedette. I due si stesero, lui ad ascoltare musica, lei a prendere un po’ di sole. Intanto però rifletteva su cosa fare, insomma, non avrebbe potuto portare aventi questa farsa ancora per molto, prima o dopo doveva confessare tutto. Non ne trovava il coraggio, anche perchè in fondo il ragazzo le piaceva, malgrado fosse occupato con un altra.
Passarono la successiva ora a parlare e a giocare a briscola, qualche volta ringraziando i santi delle stupende carte. Il sole era ormai basso all’orizzonte, le nuvole erano dipinte di un rosso fuoco e di un viola molto sul blu, il prato brillava d’oro e l’acqua del laghetto era coperto da scaglie d’argento puro. L’aria fresca accarezzava dolcemente il viso di Francesca mentre Davide cominciava a riporre nello zaino le carte e l’iTouch.
“Davide, devo dirti una cosa”. Esordì Francesca con tono rassegnato.
“Oggi sono stata davvero bene, mi sono divertita, abbiamo riso, ci siamo conosciuti ma.... io ecco vedi... non sono Giulia, sono Francesca, la sua migliore amica. Lei era in ritardo e quando mi hai chiesto se era Giulia ho risposto si d’impulso.... il resto lo sai”. Lui la guardò, alzò il sopracciglio e rispose con molta calma.
“Lo so benissimo. All’inizio non ti avevo riconosciuta ma poi si, ci ho messo troppo tempo per uno che ti è morto dietro per un intero anno in terza media. Già.” Francesca rimase di sasso, sbalordita, completamente senza parole. Non voleva sapere perché lui non le avesse detto che la conosceva e tutto il resto.
“E quindi ora immagino non mi vorrai neanche più vedere, visto quello che ho combinato” furono le prima parole che riuscì a balbettare.
“Affatto” poi, senza lasciarle il tempo di ribattere le si avvicinò e le baciò le morbide labbra.
Francesca fu presa alla sprovvista e dopo qualche secondo per realizzare quello che stava succedendo si scostò allontanando il ragazzo che aveva ancora gli occhi socchiusi.
“Ma cosa fai Davide?! Non puoi, hai la ragazza, ti conosco da appena 3 ore e mezza e dovevi uscire anche con Giulia, assolutamente no!” Gli urlò alzandosi. Lui abbassò gli occhi, sconfortato.
“E’ tardi, devo andare... ciao” disse in fine lei mettendosi le ballerine confetto. In poco tempo lei uscì dal parco, con passo nervoso. Davide guardò il cielo stupendo ed esclamò.
“Peccato, aveva anche un bel cu*o”.