I nostri racconti


Visualizzazione post con etichetta gioventu. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta gioventu. Mostra tutti i post

giovedì 28 gennaio 2010

Capitolo 1

Gioventù Bruciata


"...Vedevo dall’alto di Monte Berico il centro vicentino..." _Panorama da Monte Berico_

Era una fresca sera di Maggio, me ne stavo sdraiato sull’erba morbida del cortiletto di casa. Vedevo dall’alto di Monte Berico il centro vicentino tutto illuminato, che spettacolo! Si poteva distinguere chiaramente Piazza Castello, il solito Corso Palladio gremito di giovani che escono con amici e amiche per divertirsi. Si distingueva in lontananza anche qualche paesello dei dintorni.
Si sentiva già il profumo dell’estate alle porte, i miei pensieri mi portavano in piscina a schiamazzare e ridere con gli amici. Ma la cosa che più mi martellava era lei. I suoi capelli mossi color miele, i suoi occhi verdi, intensi e profondi, il suo corpo slanciato e marmoreo. Un sorriso dolce e affettuoso, che ad ogni risata mostrava le sue simpatiche fossette, per non parlare poi della sua carnagione olivastra. Insomma una ragazza non come le decine che ogni giorno costantemente mi facevano la corte, lei era diversa. Non era assillante e gallina, non se la tirava e attirava l’attenzione per un mio fugace sguardo. Il punto era che lei mi piaceva per com’era, non per come mi appariva. Lei era semplice, spontanea, sempre sorridente, viveva la sua vita senza tener conto del giudizio altrui e apprezzando le persone per come sono e non per come vogliono apparire. An si, non vi avevo accennato che si chiamava Camilla ed era in classe con me, 2AST, tecnologico ovviamente, al Quadri, liceo scientifico che in quei due anni mi aveva fatto dannare.
Immerso com’ero nei miei pensieri, non mi accorsi che il cellulare aveva vibrato un paio di volte per segnalarmi l’arrivo di un messaggio. Guardai pigramente lo schermo sperando non fosse la solita gallina che puntualmente alle nove di sera mi scriveva quegli odiosi “Ciao, cm va” oppure “Ciao, cm va? Ke mi racc?!”. Fortunatamente mi sbagliavo. Non era una delle solite, quella volta il numero sembrava non essere salvato in rubrica. Lentamente, quasi in sintonia con la mia contrarietà a leggere l’sms, le parole comparvero chiare e delineate:
“Ciao Riky, devo farti una domanda x domani... ti disturbo? “.
Rimasi interdetto, non riuscivo a capire chi potesse essere il mittente. Prima di rispondere decisi di controllare in rubrica, non era la prima volta che il cellulare mi faceva uno scherzetto del genere. Quando digitai il numero per vedere chi era il mio cuore saltò un battito per poi cominciare a martellarmi nel petto, in preda all’eccitamento. Il numero era sotto la voce Camy. La mia Camy.
Subito le risposi di sì e passai i tre minuti più lunghi della mia vita, passati a pensare alle mille possibili ragioni che l’avessero potuta spingere a scrivermi. La sua risposta mi aveva destato dai miei mille pensieri.
“ Allora, sei riuscito a studiare tutto x la verifica di storia di domani? Io giuro che non mi ricordo già nulla... specialmente la parte sulle crociate! Sono nel panico, tu come sei messo?”.
Sussurrai un’imprecazione rivolta più che altro al pomeriggio passato davanti al computer. Accidenti a me, mi ero completamente scordato della verifica di storia! Volevo urlare ma non sarebbe certo servito a rimandare il compito, volevo ritornare indietro nel tempo, ma non si poteva.
“Basta, adesso devo mettermi d’impegno. Da domani si studia almeno un’ora al giorno; anzi, meglio iniziare per gradi, facciamo trenta minuti con sosta ogni quindici per ristorarsi. Uffa! Perché sono così stupido?!” Mi sfuggì un sorriso, ma mi costrinsi a ricacciarlo indietro e escogitare un modo per rimediare alla grande stupidaggine. Mai un messaggio di Camilla mi aveva messo un’ansia simile. Camminai verso la mia camera pensando a un modo per risolvere il problema. Di mettersi a studiare ora non se ne parlava minimamente; ormai erano le nove e mezza passate e non sarei riuscito a ricordare neanche la prima cifra di una data, anche se ovvia. Un’idea mi aveva fulminato la mente, con tutta la forza di volontà e la poca dignità rimastami mi sforzavo di spingerla in un angolo, in attesa che morisse di solitudine, ma le altre uguali erano ormai troppe e organizzarono una rivolta. L’idea di marinare, o come dicono tutti “bruciare”, era più che allettante, direi ovvia. Un’idea veloce, indolore, non lascia tracce, sicuramente migliore di una nottata passata sul letto a imparare la storia di gente morta e sepolta secoli prima. Avevo pochissimo tempo per organizzare il tutto. Per prima cosa la meta. Non se ne parlava neanche lontanamente di restare a Vicenza, troppo pericoloso e scontato.
“VENEZIA!”. Quasi l’avevo urlato perché mia mamma mi sentì e mi chiese perplessa di ripetere. Dovevo averlo urlato per davvero, dato che lei era al piano di sotto. Come raggiungere la meta di quella “gitarella non programmata” era cosa ovvia. Il treno sarebbe stato la mia limousine per una salvezza apparente, per una catastrofe rimandata. Accesi il computer per vedere orari del treno e se c’era qualcosa d’interessante da fare durante la mattinata. Avevo navigato per un’ora buona in cerca di qualche evento, mostra, concerto o qualcosa del genere, trovai qualche spettacolo e un paio di mostre, ma niente di superlativo. L’orario di partenza più prossimo all’inizio delle lezioni era quello delle 8.40.
“Vorrà dire che me ne starò un po’ in stazione a bighellonare... ma si dai, al limite colazione in piazza e poi in stazione ad aspettare un treno sicuramente in ritardo”. Mentre formulavo questo pensiero mia mamma entrava in camera. Ero nel più completo panico. Cercando di essere il più naturale possibile chiusi la pagina web e le chiesi il motivo dell’improvvisa irruzione, senza neanche degnarla di uno sguardo per non tradire la mia evidente tensione. Potevo sentire ogni battito del mio cuore, il suono del mio respiro, il frusciare degli alberi sotto la leggera brezza serale.
“Va a letto Riccardo che è tardi. Hai qualche compito domani per caso?”. Per un attimo tutto tacque, anche il vento aveva smesso di soffiare lasciando la stanza in un irreale silenzio. Continuavo a guardare lo schermo del computer, cercando di mascherare la tensione. “ No, normalissima e noiosissima giornata domani, come ogni giorno fino ad oggi d’altra parte”. Le parole mi erano uscite tutte d’un fiato, troppo velocemente. Mi morsi il labbro per aver compiuto questo errore, sicuro che lei avrebbe capito che mentivo spudoratamente. Andava sempre a finire così, quella donna riusciva a capire se mentivo in qualsiasi occasione, era irritante. Rimasi del tutto colpito di quello che successe dopo: mi si era avvicinata con fare minaccioso, come se avesse l’intenzione di tirarmi un ceffone memorabile, ma così non fu. Si abbassò piano e mi schioccò un bacio ridendo, sapendo benissimo che a me non piaceva quando faceva così. Fui enormemente sollevato e incuriosito allo stesso tempo da quel raro comportamento, solitamente riservato a qualche nove in matematica o al mio compleanno. La guardai dritta negli occhi, vi leggevo tenerezza e affetto, ero sul punto di confessare tutto, di implorare perdono, promettendo che non sarebbe più successo. No! Riuscii a trattenermi, a tacere e ricambiare lo sguardo; ma dentro mi sentivo un verme, sarei voluto sparire e riapparire ventiquattro ore dopo, quando tutto sarebbe finito.
“Vai a letto dai che è tardi, domani ti aspetta una giornata piena”. La voce femminile che veniva dal corridoio mi ricordò che erano le undici meno un quarto e che se l’indomani volevo svegliarmi alle sette era meglio andare a letto. Mi cambiai lentamente pensando al giorno che mi aspettava con preoccupazione. Ero teso come una corda di violino, avrei voluto piangere, ma non era il momento. Mi addormentai dopo una buona mezz’ora. Sprofondai in un sonno pieno d’angoscia, tutt’altro che riposante, tutt’altro che piacevole.


Leggi il prossimo capitolo

martedì 26 gennaio 2010

Capitolo 2


..Sembrava che l’unica figura a colori in quell’immensità di “bianco e nero” di gente che ogni giorno faceva sempre le stesse cose, da chissà quanto tempo, puntualmente immersa nei propri pensieri, fosse ...__ Corso Palladio, Vicenza.

Ed Eccovi il Secondo capitolo.Come sempre i commenti sono accettati di buon grado. Buona lettura a tutti voi!

Il suono graffiante della sveglia mi strappò a forza da un sonno costellato di preoccupazioni, terrore e ansia. Una nottata da schifo insomma. Avevo due borse sotto gli occhi, testimonianza di quello che si poteva tranquillamente definire un sonno passato a lottare contro la propria coscienza non ancora abituata a sopportare simili scelte, il che mi fece pensare di avere ancora una qualche speranza di recuperare e di evitare quell’orrenda decisione. Il pensiero di un votaccio alla fine dell’anno mi faceva scappare dalla solita routine, dai soliti professori e dalla solita e spoglia aula cui ero maledettamente affezionato, per catapultarmi nel presente, dove a ben pochi importa delle motivazioni e dove tutti mirano ai risultati. A fatica ero arrivato al bagno, colpa del male alla schiena che ormai da qualche mese m’indolenziva la mattina. Mi sentivo un vampiro, ero bianco come il latte e non riuscivo quasi a tenere gli occhi aperti, anche se la luce che filtrava dalle serrande era davvero poca. Per far sparire un vampiro ci vuole una pallottola d’argento, ma ero convinto che una doccia sarebbe bastata a eliminare l’apparente trasformazione in un essere maledetto dal destino. L’acqua gelida mi aiutò a riprendermi e rendermi quantomeno presentabile. Mi stavo asciugando quando sentii mamma uscire da casa. Non so il perché ma questo mi aveva fatto scappare un sospiro di sollievo.
Indossai le prime cose che mi capitarono sotto mano e scesi in cucina per prendere un caffè bollente che in quei momenti era l’unica cosa che mi permetteva di connettere qualche neurone con il resto del mondo. Bussai in camera dei genitori per sentire se papà voleva il caffè, ma mi sospirò qualche incomprensibile parola, ancora impastata di sonno, che per esperienza era da interpretare come un “No grazie Riccardo, mi arrangio io dopo!”. Tornai in cucina e preparai il caffè, ascoltando il felice e spensierato canto degli uccelli. La finestra spalancata faceva entrare una leggera brezza che mi accarezzava il viso, facendomi sorridere. Un sorriso dopo tante preoccupazioni. Il profumo del caffè pronto invase la stanza, adoravo quell’odore, mi metteva in pace col mondo. Oggi no però. Dopo il caffè mi accorsi che erano le 7 e 45.
“Le sette e quarantacinque?! Ma com’è possibile? Maledetta sveglia!”.
Se si fosse alzato papà avrebbe sospettato che progettavo qualcosa di losco, poiché a quell’ora sarei stato normalmente già fuori dalla porta . Corsi di sopra in camera, trovai lo zaino buttato dietro alla porta. Ci ficcai dentro una coperta, nel caso fossi finito per sbaglio in un parchetto; portafoglio, un quaderno e qualche penna. Il minimo necessario per la “gitarella fuori programma”. Scesi facendo attenzione di non fare troppo rumore per non insospettire papà, e passai in cucina a prendermi una bottiglietta di acqua per il viaggio in treno.
Uscito da casa presi la bici dal garage, ci salii e partii per Piazza Castello, dove l’avrei lasciata per andare a fare una buona e consistente colazione in uno dei tanti bar del centro.
Avevo appena chiuso la bici col lucchetto ad un palo davanti al negozio “Coìn” quando intravidi quasi per sbaglio, cercando un buon bar, un volto conosciuto. Stavo percorrendo Corso Palladio ormai, avevo appena passato “Zara” ed ero davanti al “bar Italia”. Quasi facevo un colpo. Era lei! “Non ci credo, sto sognando!” pensai. Una ragazza e i suoi capelli color del miele. Camilla. Quel nome mi sembrava poesia, m’isolava da tutto ciò che mi accadeva intorno, dalle centinaia di persone che in quel momento passavano per il centro, dirette chissà dove. Sembrava che l’unica figura a colori in quell’immensità di “bianco e nero” di gente che ogni giorno faceva sempre le stesse cose, da chissà quanto tempo, puntualmente immersa nei propri pensieri, fosse quella ragazza seduta sola al tavolino, con innanzi a se un cappuccino, la sua solita brioche alla marmellata di albicocca (sono certo di non sbagliarmi!) e l’immancabile rivista di moda. Ero immobile, imbambolato ormai da un minuto e, in mezzo a quella miriade di gente in movimento, dovevo sembrare una di quelle persone tutte d’argento che se ne stanno immobili in mezzo a tutti, nella speranza che qualcuno lasci uno spicciolo per far cambiare loro posa. Mi notò, ovviamente, e si girò incuriosita. Quella mattina vestiva in rosso e bianco, colori che sembravano essere stati creati apposta per lei. La camicetta attillata le faceva risaltare i seni e la gonna faceva scorgere le sue bellissime gambe. Mi fece cenno di venire avanti e mi avvicinai attonito ma tremendamente felice, dimenticando ogni brutta cosa, anche il motivo per cui mi trovavo lì in quel momento. Mi accolse con uno splendido sorriso che mi fece arrossire… ero parecchio imbarazzato!
“Il secchione della classe in centro a quest’ora? Come mai?” mi stava guardando con fare dubbioso, il che mi aveva messo un po’ in difficoltà.
“La stessa domanda si potrebbe fare a te, Camy! Come stai?” cercai di sfoggiare il migliore dei miei sorrisi, anche se non deve essere stato un gran che.
“Siediti pure Riky, comunque bene dai. Ovviamente sono un po’ tesa. Avrai capito che ho bruciato, non sapevo un accidente ieri! Piuttosto di non prendere tre alla fine dell’anno ho preferito saltare la verifica e rimandare alla settimana prossima. Ho chiesto a Tommy cosa faceva oggi, e sapendo che è un fan sfegatato di Ligabue, alcune voci dicono che sarebbe andato al concerto di oggi all’Arena di Verona. E così è stato. E quindi indovina?? Oggi si va a Verona con Tommy!”.
Quando sentii il nome di Tommaso, una vena di gelosia mi salì dritta alla testa, nonostante fosse uno dei miei migliori amici. Perché non mi aveva detto nulla?
“Ah Tommy? Strano non mi abbia detto nulla...”.In quel momento arrivò ad interrompermi, precisa come un orologio svizzero, la cameriera. Ogni ragazzo delle superiori che si rispetti la conosceva essendo il Bar Italia un punto di ristoro e ritrovo comune. Lei era presa in giro per il vistoso neo in mezzo alla fronte.
“Posso portarti qualcosa?” disse.
“Uhm... oggi vada per caffè e brioche alla crema, come sempre!”. Si congedò con un sorriso, permettendomi di proseguire.

lunedì 25 gennaio 2010

Capitolo 3

"...Poi la voce femminile dello speaker annunciò lentamente: “Treno delle 8 e 21, destinazione Milano, è in arrivo al binario uno”..." _Binario n. 1, Stazione Ferroviaria, Vicenza_

“Stavo dicendo... ah si! E’ strano che non mi abbia detto nulla del concerto e dell’accompagnatrice” forse avevo posto l’accento su quest’ultima parola un po’ troppo, non mi andava proprio giù che si frequentassero. Lei, ovviamente, se n’era accorta e fece uno strano sorrisetto di cui non capivo proprio il senso. Proseguii, lasciando in un angolino sperduto dei miei pensieri la gelosia suscitata da quel discorso.“Ma quindi andrai al concerto a Verona, con lui?”.A quella domanda cominciò a rimbombarmi nella testa un’idea che mai mi aveva toccato fino a quel momento.“Mah... Non saprei... In mancanza di qualcos’altro da fare… si, era più che altro per non stare sola tutto il giorno. Tu invece dove vai oggi?”. Avrei potuto chiederle di venire con me a Venezia, dopotutto era meglio di un concerto di un cantante che nemmeno le piaceva. Cercavo freneticamente un pretesto per convincerla a venire con me ma le idee non erano molte e decisi di improvvisare.“Io? Pensavo di andare a Venezia, è un po’ di tempo che volevo tornarci e questa mi è sembrata una buona occasione, o no? Magari potresti venire anche tu dai! Così non devo passare la mattinata da solo!” Parve chiaramente imbarazzata e arrossì in viso. Anche così mi pareva bellissima.“No dai! Ci sono stata da poco, e poi chi lo dice a Tommy?” mi rispose cercando di calmarsi.“Ma lascialo perdere Tommy! Ti sei aggiunta all’ultimo momento, ma ciò non toglie che sarebbe andato da solo. E poi stiamo parlando di Venezia! Una città di cui non ci si stanca mai: la sua atmosfera, le persone e tutto il resto. Dai! Il treno è alle 8 e 40, abbiamo tutto il tempo di fare le cose con calma. Allora che ne dici Camy?”Ci pensò su un pochino e poi mi rispose definitivamente con un secco no.“Non posso bidonare così Tommaso, mi ucciderebbe! Mi dispiace tanto...” Ero davvero deluso. Volevo stare solo con lei, non mi interessava niente di Tommaso, del concerto, di tutto il resto. In quel momento volevo solo lei. Tentai quindi l’assalto all’arma bianca, sperando che andasse a buon fine. “E se venissi anch’io a Verona? Non vorrai lasciarmi tutto solo a vagare tra le calli di Venezia?! Dai, ti prego!” nel dire queste ultime parole sorrisi facendo capire che stavo ironizzando.“Ma certo! Vieni anche tu, così non devo neppure farmi il viaggio da sola in treno. Hai già comprato il biglietto?” .
Dentro di me urlavo di gioia, e ovviamente non lo davo a vedere. Cercavo di non dimostrare troppo di essere attratto di lei.“Mah,… non so…. devo chiedere a mia madre!” detta questa frase scoppiammo entrambi in una fragorosa risata. Le si illuminarono gli occhi. “Certo, a me va benissimo accompagnarti a Verona!”Ancora ridevamo di gusto quando arrivò il mio caffè con la brioche e mi accorsi che lo stomaco brontolava per la fame. Erano stati stranamente veloci a portare l’ordine. Da buon cavaliere le offrii la brioche sperando di poterne condividere un pezzetto, ma purtroppo rifiutò educatamente. Tra una chiacchiera e l’altra passarono dieci minuti perlopiù a ridere e a sparlare di questa o di quest’altra persona, specialmente dei professori. Mentre le stavo ricordando una delle tante stupidaggini dette, o meglio, urlate dal professore di Fisica durante una delle sue lezioni in laboratorio lei mi interruppe:“Scusami, sai che ore sono?”. Guardai l’ora nel telefono, considerando che l’orologio me l’ero dimenticato a causa della fretta.“Le... aspetta... le 8 e 17, in questo istante”. Le dissi lentamente. Fece una smorfia di disappunto e un velo di terrore le comparve nel volto.“ Caz... cavolo! Il treno è alle 8 e 21! Siamo in stra, stra ritardo Riky!”. Si alzò afferrando la borsa, mi si avvicinò e mi prese l’orecchio.“Dai scemo, muoviti a finire!”.Inghiottii l’ultimo pezzettino ancora farcito del cornetto e trangugiai in un sorso il caffè. Presi lo zaino e me lo buttai sulle spalle e nel correre dietro alla ragazza mi ricordai di una cosa. Mi girai di scatto, rischiando quasi di mandare a gambe all’aria la cameriera e la colazione che stava servendo. Presi il portafoglio e buttai sul tavolo una banconota da cinque euro e qualche moneta. Cominciai a correre per raggiungere Camilla, e quando arrivai da lei, le chiesi se aveva pagato. Lei sbarrò gli occhi, trattenendo quasi a stento un’imprecazione, e rallentò. In quel momento ringraziai la mia previdenza, la presi dolcemente per mano, godendomi il tocco delle sue sottili dita.“Vorrà dire che mi devi una colazione sai?!”. Quando realizzò che avevo sistemato io il conto mi ricambiò con un sorriso di riconoscenza.“Sei un amore...” quelle parole mi mandarono in orbita. Mi ero ripreso dal quel momento per me magico e ricominciai a correre.“Ma perché tutta questa fretta Camilla!? Mica perdiamo il treno!”“Si sciocco! È alle 8 e 21! Lo perdiamo se non ci diamo una mossa!” Alzai gli occhi al cielo, pregando che fosse in ritardo come ogni normale treno italiano.“Ma non potevi dirlo prima accidenti!”. Affrettai il passo. Avevamo appena passato la porta di Piazza Castello quando mi resi conto che eravamo ancora mano nella mano, e lei sembrava me la stringesse più forte di prima. Non riuscii a trattenere un sorriso di felicità,… dovevo avere proprio una faccia ridicola. Mi sentivo come un bambino in un negozio di caramelle, in paradiso insomma. Ero ancora immerso nei miei pensieri quando arrivammo davanti alla stazione, ma mi costrinsi a tornare con i piedi per terra. Ci fermammo un attimo a riprendere fiato e mentre ero appoggiato ad una colonna controllai il cellulare. Erano le 8 e 22. Dato l’orario, la biglietteria era deserta e questo ci permise di comprare i biglietti in un batter d’occhio; che fortuna! Andammo verso la porta delle partenze, dirigendoci verso il binario numero uno. Eravamo nella sala d’attesa a cercare l’uscita giusta quando sentimmo il fischio di un treno che sembrava in partenza. Ci scambiammo un’occhiata di puro sconforto e ci precipitammo al primo binario ma era vuoto.“Nooo cazzo!” sussurrò Camilla vedendo l’ultimo vagone allontanarsi lontano come un lungo serpente sotto il sole estivo. Lei mi si appoggiò sfinita più dall’adrenalina che dalla fatica, ma ero troppo nervoso perché me ne accorgessi. Poi la voce femminile dello speaker annunciò lentamente:“Treno delle 8 e 21, destinazione Milano, è in arrivo al binario uno”. Non avevo fatto nemmeno in tempo a connettere che un treno si avvicinò lentamente sbuffando, i freni stridevano e si fermò lentamente.“Finalmente questi maledetti ritardi servono a qualcosa accidenti!” La ragazza al mio fianco che mi stringeva si girò verso di me sorridendo.“Ma non è quello per Milano questo, scusa?” dicevo con tono interrogativo;“Ma possibile che debba dirti sempre tutto? Allora, il treno è per Milano, ma si ferma anche a Verona, che è dove vogliamo andare... giusto?”“An! Eh oh! Capita su”.“ Prima le miss” le dissi porgendole la mano per aiutarla.“Ma che cavalieri che siamo oggi, prima la colazione, poi questo, tutto bene?”“Oh avanti! Sali e non fare troppe domande!”. Sorridendo la raggiunsi all’interno della carrozza.

domenica 3 gennaio 2010

Io, Me, Francesca, Giulia!

Capitolo 1





Francesca era ormai all’altezza della stazione. Era in stra ritardo e stava camminando nella maniera
più veloce permessa dalle sua ballerine tutte rosa comprate poche ore prima da Bruschi per
l’occasione. Doveva incontrarsi con Giulia, la sua migliore amica, e un certo Davide. Le parlava da
mesi di questo tipo, si erano conosciuti su facebook, il famoso social network. Guilia si era iscritta
da poco e l’unica foto che aveva nel pc era quella di qualche mese prima al mare lei e Francesca.
Che estate, avevano passato una settimana ogni sera in discoteca o in qualche locale “In” di Jesolo, a ballare e bere come spugne.
Fra era ormai in viale Roma quando le squillò improvvisamente il cellulare da qualche parte nella
borsa. Cominciò a cercare in ogni angolo sperduto dell’immensa tracolla quando finalmente lo
trovò.
“Pronto!!” Cinguettò con voce acuta.
“AAAAAH! Fra Fra fra!!! Sono in stra ritardo, CAZZO! Quell’idiota di mio fratello non trova le
chiavi e siamo ancora a casa!! Cosa facciamo?” Strillò Giulia dall’apparecchio.
“Giulia, Fan… cuore! Cavolo, già dovevo fare la vostra terza incomoda perché non hai il coraggio
di andare da sola, e ora devo stare con lui???”.
“Per Favore Fraaaa…. Sono la tua migliore amica.. inventa qualcosa!”
Ormai Francesca era in piazza Castello e vedeva già il giovane seduto davanti alla statua di G.
Garibaldi, si avvicinò piano mentre parlava al telefono.
“Dai, per favore, stai un po’ con lui…”.
“Ma col caz…. Uhuuuuh, ok ok, starò con lui, ciao.” Le riattaccò il telefono in faccia. Giulia tentò
di capire il perché di questo repentino cambiamento ma inutilmente. Ormai Francesca stava già leggiadramente comminando verso Davide, che se ne stava seduto ai piedi della statua con il cellulare in una mano e l’altra nella tasca delle bermuda bianche della gas, che facevano coppia con
una camicia nera Armani. Stava davvero bene secondo la ragazza. Portava un paio di Ray-Ban a specchio, con i capelli lisci corvini che gli facevano capolino davanti agli occhi. Ad ogni passo il battito continuava ad aumentare, ed era sempre più nervosa. Finalmente lui alzò gli occhi lentamente, squadrandola da capo a piede, nascosto dietro le sue lenti a specchio. Francesca era rimasta stupita dal ragazzo, non era il più bello che avesse mai visto, ma ne rimase comunque perdutamente affascinata; era indecisa: se si fosse presentata come Francesca, avrebbero aspettato che arrivasse Giulia e poi avrebbe passato il pomeriggio di fianco a questa coppietta di fringuelli che si cinguettano frasi sdolcinate, ma se avesse detto d’esser Giulia? “Ciao, Davide, tu devi essere Giulia!” Aveva detto il giovane togliendosi gli occhiali firmati e svelando due occhi chiarissimi, quasi di ghiaccio, sembrava si illuminassero accostati ai capelli scuri, scuri. Alla ragazza venne quasi da svenire quando li vide, le mancò la terra sotto i piedi.
“Io? Eh, si si... sono Fra eh, Giulia, piacere!”
Niente da fare, non aveva riflettuto sulle cose che sarebbero accadute dicendo quelle sei lettere. Aveva detto quelle poche parole quasi sussurrandole, quasi a voler mascherare l’inganno senza volere.
“Si? Sicura?” Davide aveva un sorrisetto strano, quasi avesse capito il perché delle parole di Francesca. Francesca arrossì vistosamente, malgrado la sua carnagione abbronzata dal mese in Costa Azzurra, poi annuì poco convinta. Il caldo era davvero forte, così Davide e “Giulia” decisero di rifugiarsi in uno dei tanti caffè che popolavano il centro storico.
“Scusami, ma non dovevi venire con una tua amica... Federica?” Chiese lui mentre passeggiavano.
“Chi? Ah, no si chiama Francesca, forse arriva dopo, ma non sono sicura perché ha detto che aveva problemi di trasporto... colpa di suo fratello.” Le parole erano uscite tutte d’un fiato, sembravano dette solo per convincere il bel ragazzo al suo fianco.
“Allora, Giulia, come sta tua sorella?” Era evidente che il ragazzo era un po’ imbarazzato e non era
sicuro che questo fosse il miglior modo per rompere il ghiaccio. Francesca fu presa un po’ in contro
tempo, non si aspettava per niente delle domande di quel genere, si aspettava cose del tipo “come vanno le vacanze”, “che scuola fai?”, “hai il ragazzo”, si era preparata anche ad un poco realizzabile
“ho casa libera e dato che è caldo vuoi che facciamo un salto a rinfrescarci?”Di certo non si era preparata a domande su cose che non la riguardavano strettamente, in quanto fingeva di essere la sua migliore amica.
“Non ho una sorella... ” Le scappò d’impulso.
“BENE, BENISSIMO, SPLENDIDAMENTE DIREI!!” Quasi urlò, doveva stare attenta, non poteva rischiare di mandare tutto a quel paese. Accigliato Davide le rispose quasi sottovoce:
“Ma non mi avevi detto che era a casa con la bronchite?”. -La bronchite? Ma che cazzo dice, l’Annina non ha la bronchite, me lo avrebbe detto Giulia! Boh...– pensò tra se e se.
“Certo! Si, si, brutta bronchite! Oh si! Beh ma bene... bene nel senso... nel senso che ora sta meglio,
si! Molto meglio!” Avrebbe voluto sotterrarsi sotto una montagna! Lui di tutta risposta la guardò un
po’ storta, ridendo. I due dopo aver riso per 10 minuti per questa e quell’altra cazzata arrivarono al “Caffè Natura” e si sedettero all’ombra degli ombrelloni. Dopo che i due si sedettero il cellulare di Francesca cominciò a suonare, qualcuno la stava chiamando. Era Giulia e allora la ragazza cominciò a sudare freddo.
“E ora che cazzo le dico?” Sussurrò Francesca.

sabato 2 gennaio 2010

Capitolo 2


“Pronto Fra!! Ci sei?” Disse dall’altro capo del telefono Giulia, con tono abbacchiato.
“Si, dimmi, tutto bene?”
“No, tutto molto male. Non posso venire perché l’Annina sta male, la bronchite è peggiorata e quindi sto a casa con lei, non voglio lasciarla da sola. Scusami, ti toccherà stare con Davide tutto il pomeriggio”.
“Pfff, mi dispiace amore, va beh dai ci vediamo domani a scuola! Salutami la sorellina, ciao”. Poi riattaccarono. Davide alzò lentamente gli occhi sorridendo.
“Chi non viene?”. Chiese in fine, attirando l’attenzione della cameriera che annuì.
“La Giulia non può venire perché sua sorella sta male, quindi mi sa che staremo da soli.” Disse Francesca senza pensarci sopra molta.
“Giulia? Ma come non sei tu???”. Francesca, resasi conto della cavolata che aveva appena detto,
diventò rossa come un peperone.
“SI! SCUSAMI MA HO SBAGLIATO! Beh è ovvio che intendevo dire Francesca, Giulia sono io,
eh!” Poi fece un sorriso nervoso sperando che il ragazzo se la bevesse d’un sorso. Ormai si poteva intuire dell’inganno, ma stava andando meglio del previsto. A Francesca Davide piaceva sempre di più, rimaneva incantata dalla sua voce e dallo sguardo, sembrava le potesse leggere nella mente, dando sempre la risposta migliore. Finalmente dopo qualche momento di silenzio un po’ imbarazzato arrivò la cameriera a prendere gli ordini.
“Ditemi pure ragazzi”.
“Per me un succo d’arancia rossa, se è possibile.” Disse con cortesia il ragazzo.
“Certamente, tu?” Disse la ragazza rivolta a Francesca, che era persa nei pensieri che le stavano turbinando per la testa.
“Eh? O si certo, da bere... ehm... acqua e menta, con tanto, tanto ghiaccio per favore”. Rispose distrattamente, non sapeva cosa fare, non voleva dire chi era veramente, perché Davide le interessava. Però se avesse continuato rischiava di fare ancora confusione coi nomi e farci una figuraccia ancora peggiore. I due chiacchierarono del più e del meno, specialmente di se stessi, per conoscersi. Parlando Francesca scoprì che Davide aveva 17 anni, frequentava il Lioy solo perché lo voleva suo padre e non gli piaceva proprio come scuola anzi, la detestava. Abitava in centro e aveva la morosa, di Torri di Quartesolo. Insomma, un ragazzo che dopo averci parlato per un’ora buona era davvero affascinante, saranno gli occhi, il modo di parlare, l’atteggiamento, ma a Francesca non dispiaceva affatto. Finito di bere qualcosa di fresco pagarono e si alzarono discutendo sul dove andare e cosa fare.
“Io direi di andare al Querini, magari ci mettiamo sotto qualche albero e stiamo un po’ all’ombra, e poi ora che sono le 5 e mezza passate è un po’ più freschetto, ti piace l’idea Davide?”.
“Direi che è un’ottima idea! Anzi, potremmo fare una cosa del genere, passiamo per casa mia che tanto è lì attaccata, prendiamo le coperte, qualcosa da bere, le carte e cose del genere e poi andiamo, ok?”.
Francesca annuì, pienamente d’accordo con l’idea di Davide.
“Per dove andiamo allora Davide?”
“Vediamo, ci conviene andare Corso Fogazzaro, tagliare per contrà Riale, dopo la scuola giriamo a sinistra Contrà Porti e sbuchiamo davanti casa mia. Oro direi!”. Così i due si incamminarono discutendo su cosa fare al parco, Francesca era lentissima a rispondere perché doveva sempre riflettere su cosa dire, come dirlo, se dirlo, e ogni volta Davide la prendeva in giro. Così, tra una risata e l’altra, i due arrivarono a casa del giovane, che era davanti alla libreria in contrà Pusterla.
Davide aprì il portone e si fece da parte per far passare Francesca che arrossì un pochino, imbarazzata dal comportamento del giovane.
“Prego, milady. Dopo di lei” disse sorridendo.

venerdì 1 gennaio 2010

Capitolo 3


Francesca entrò un po’ titubante, non sapendo dove andare o cosa fare. Davanti a se si aprì un corridoio che dava sull’ampio e luminoso salotto, interamente arredato in stile moderno, tutto su colori tenui come il bianco, il panna ecc...
“Aspettami qua che vado a prendere le coperte e tutto il resto, va bene se prendo le carte? Così abbiamo qualcosa fare”. Ormai era già chissà dove e Francesca sentiva il rumore delle ante degli armadi che si aprivano e chiudevano. Poi una porta, probabilmente della cucina, si aprì e sbucò fuori la testa di Davide:
“Da bere preferisci Coca, aranciata, acqua... ? Ah, qualcosa da mangiare anche?”.
“Per me va bene anche acqua, e no grazie, Davide, non ho fame”. I due in 5 minuti furono di nuovo fuori, attraversarono la strada e dopo poco tempo furono davanti al portone d’entrata. Il parco poco a poco si stava svuotando dato che ormai erano le sei e si potevano vedere famiglie o gruppi di amici che cominciavano a smontare baracca e burattini per tornare a casa dopo una giornata all’aria aperta.
“Allora, dove vuoi che ci mettiamo?”
“Per me è uguale, anzi mettiamoci sull’erba al sole così ci prendiamo gli ultimi raggi e mi tolgo le ballerine che mi fanno un male assurdo cavoli!”. Davide allora prese lo zaino nero da terra e si incamminò verso un punto indefinito del prato. Finalmente dopo aver girovagato di qua e di là trovo un posto asciutto, senza troppe buche e senza troppo fango, ci stese sopra le due coperte e si sedette, occupando più spazio possibile.
“Beh ma anca manco eh! Grazie sai!” Disse indispettita Francesca con le scarpe rosa confetto già in mano.
“Ah ma erano anche per te le coperte? Se lo sapevo ne portavo un’altra! Avevo capito che saresti stata in piedi!”. Ribatté ridendo il ragazzo che, tirandosi su fece un po’ di spazio all’amica.
“To’ dai, ti lascio un angolino solo perché hai male ai piedi, ma ritieniti fortunata!”. Non soddisfatta gli diede un calcetto amichevole e poi si sedette. I due si stesero, lui ad ascoltare musica, lei a prendere un po’ di sole. Intanto però rifletteva su cosa fare, insomma, non avrebbe potuto portare aventi questa farsa ancora per molto, prima o dopo doveva confessare tutto. Non ne trovava il coraggio, anche perchè in fondo il ragazzo le piaceva, malgrado fosse occupato con un altra.
Passarono la successiva ora a parlare e a giocare a briscola, qualche volta ringraziando i santi delle stupende carte. Il sole era ormai basso all’orizzonte, le nuvole erano dipinte di un rosso fuoco e di un viola molto sul blu, il prato brillava d’oro e l’acqua del laghetto era coperto da scaglie d’argento puro. L’aria fresca accarezzava dolcemente il viso di Francesca mentre Davide cominciava a riporre nello zaino le carte e l’iTouch.
“Davide, devo dirti una cosa”. Esordì Francesca con tono rassegnato.
“Oggi sono stata davvero bene, mi sono divertita, abbiamo riso, ci siamo conosciuti ma.... io ecco vedi... non sono Giulia, sono Francesca, la sua migliore amica. Lei era in ritardo e quando mi hai chiesto se era Giulia ho risposto si d’impulso.... il resto lo sai”. Lui la guardò, alzò il sopracciglio e rispose con molta calma.
“Lo so benissimo. All’inizio non ti avevo riconosciuta ma poi si, ci ho messo troppo tempo per uno che ti è morto dietro per un intero anno in terza media. Già.” Francesca rimase di sasso, sbalordita, completamente senza parole. Non voleva sapere perché lui non le avesse detto che la conosceva e tutto il resto.
“E quindi ora immagino non mi vorrai neanche più vedere, visto quello che ho combinato” furono le prima parole che riuscì a balbettare.
“Affatto” poi, senza lasciarle il tempo di ribattere le si avvicinò e le baciò le morbide labbra.
Francesca fu presa alla sprovvista e dopo qualche secondo per realizzare quello che stava succedendo si scostò allontanando il ragazzo che aveva ancora gli occhi socchiusi.
“Ma cosa fai Davide?! Non puoi, hai la ragazza, ti conosco da appena 3 ore e mezza e dovevi uscire anche con Giulia, assolutamente no!” Gli urlò alzandosi. Lui abbassò gli occhi, sconfortato.
“E’ tardi, devo andare... ciao” disse in fine lei mettendosi le ballerine confetto. In poco tempo lei uscì dal parco, con passo nervoso. Davide guardò il cielo stupendo ed esclamò.
“Peccato, aveva anche un bel cu*o”.