I nostri racconti


Visualizzazione post con etichetta verifica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta verifica. Mostra tutti i post

lunedì 25 gennaio 2010

Capitolo 3

"...Poi la voce femminile dello speaker annunciò lentamente: “Treno delle 8 e 21, destinazione Milano, è in arrivo al binario uno”..." _Binario n. 1, Stazione Ferroviaria, Vicenza_

“Stavo dicendo... ah si! E’ strano che non mi abbia detto nulla del concerto e dell’accompagnatrice” forse avevo posto l’accento su quest’ultima parola un po’ troppo, non mi andava proprio giù che si frequentassero. Lei, ovviamente, se n’era accorta e fece uno strano sorrisetto di cui non capivo proprio il senso. Proseguii, lasciando in un angolino sperduto dei miei pensieri la gelosia suscitata da quel discorso.“Ma quindi andrai al concerto a Verona, con lui?”.A quella domanda cominciò a rimbombarmi nella testa un’idea che mai mi aveva toccato fino a quel momento.“Mah... Non saprei... In mancanza di qualcos’altro da fare… si, era più che altro per non stare sola tutto il giorno. Tu invece dove vai oggi?”. Avrei potuto chiederle di venire con me a Venezia, dopotutto era meglio di un concerto di un cantante che nemmeno le piaceva. Cercavo freneticamente un pretesto per convincerla a venire con me ma le idee non erano molte e decisi di improvvisare.“Io? Pensavo di andare a Venezia, è un po’ di tempo che volevo tornarci e questa mi è sembrata una buona occasione, o no? Magari potresti venire anche tu dai! Così non devo passare la mattinata da solo!” Parve chiaramente imbarazzata e arrossì in viso. Anche così mi pareva bellissima.“No dai! Ci sono stata da poco, e poi chi lo dice a Tommy?” mi rispose cercando di calmarsi.“Ma lascialo perdere Tommy! Ti sei aggiunta all’ultimo momento, ma ciò non toglie che sarebbe andato da solo. E poi stiamo parlando di Venezia! Una città di cui non ci si stanca mai: la sua atmosfera, le persone e tutto il resto. Dai! Il treno è alle 8 e 40, abbiamo tutto il tempo di fare le cose con calma. Allora che ne dici Camy?”Ci pensò su un pochino e poi mi rispose definitivamente con un secco no.“Non posso bidonare così Tommaso, mi ucciderebbe! Mi dispiace tanto...” Ero davvero deluso. Volevo stare solo con lei, non mi interessava niente di Tommaso, del concerto, di tutto il resto. In quel momento volevo solo lei. Tentai quindi l’assalto all’arma bianca, sperando che andasse a buon fine. “E se venissi anch’io a Verona? Non vorrai lasciarmi tutto solo a vagare tra le calli di Venezia?! Dai, ti prego!” nel dire queste ultime parole sorrisi facendo capire che stavo ironizzando.“Ma certo! Vieni anche tu, così non devo neppure farmi il viaggio da sola in treno. Hai già comprato il biglietto?” .
Dentro di me urlavo di gioia, e ovviamente non lo davo a vedere. Cercavo di non dimostrare troppo di essere attratto di lei.“Mah,… non so…. devo chiedere a mia madre!” detta questa frase scoppiammo entrambi in una fragorosa risata. Le si illuminarono gli occhi. “Certo, a me va benissimo accompagnarti a Verona!”Ancora ridevamo di gusto quando arrivò il mio caffè con la brioche e mi accorsi che lo stomaco brontolava per la fame. Erano stati stranamente veloci a portare l’ordine. Da buon cavaliere le offrii la brioche sperando di poterne condividere un pezzetto, ma purtroppo rifiutò educatamente. Tra una chiacchiera e l’altra passarono dieci minuti perlopiù a ridere e a sparlare di questa o di quest’altra persona, specialmente dei professori. Mentre le stavo ricordando una delle tante stupidaggini dette, o meglio, urlate dal professore di Fisica durante una delle sue lezioni in laboratorio lei mi interruppe:“Scusami, sai che ore sono?”. Guardai l’ora nel telefono, considerando che l’orologio me l’ero dimenticato a causa della fretta.“Le... aspetta... le 8 e 17, in questo istante”. Le dissi lentamente. Fece una smorfia di disappunto e un velo di terrore le comparve nel volto.“ Caz... cavolo! Il treno è alle 8 e 21! Siamo in stra, stra ritardo Riky!”. Si alzò afferrando la borsa, mi si avvicinò e mi prese l’orecchio.“Dai scemo, muoviti a finire!”.Inghiottii l’ultimo pezzettino ancora farcito del cornetto e trangugiai in un sorso il caffè. Presi lo zaino e me lo buttai sulle spalle e nel correre dietro alla ragazza mi ricordai di una cosa. Mi girai di scatto, rischiando quasi di mandare a gambe all’aria la cameriera e la colazione che stava servendo. Presi il portafoglio e buttai sul tavolo una banconota da cinque euro e qualche moneta. Cominciai a correre per raggiungere Camilla, e quando arrivai da lei, le chiesi se aveva pagato. Lei sbarrò gli occhi, trattenendo quasi a stento un’imprecazione, e rallentò. In quel momento ringraziai la mia previdenza, la presi dolcemente per mano, godendomi il tocco delle sue sottili dita.“Vorrà dire che mi devi una colazione sai?!”. Quando realizzò che avevo sistemato io il conto mi ricambiò con un sorriso di riconoscenza.“Sei un amore...” quelle parole mi mandarono in orbita. Mi ero ripreso dal quel momento per me magico e ricominciai a correre.“Ma perché tutta questa fretta Camilla!? Mica perdiamo il treno!”“Si sciocco! È alle 8 e 21! Lo perdiamo se non ci diamo una mossa!” Alzai gli occhi al cielo, pregando che fosse in ritardo come ogni normale treno italiano.“Ma non potevi dirlo prima accidenti!”. Affrettai il passo. Avevamo appena passato la porta di Piazza Castello quando mi resi conto che eravamo ancora mano nella mano, e lei sembrava me la stringesse più forte di prima. Non riuscii a trattenere un sorriso di felicità,… dovevo avere proprio una faccia ridicola. Mi sentivo come un bambino in un negozio di caramelle, in paradiso insomma. Ero ancora immerso nei miei pensieri quando arrivammo davanti alla stazione, ma mi costrinsi a tornare con i piedi per terra. Ci fermammo un attimo a riprendere fiato e mentre ero appoggiato ad una colonna controllai il cellulare. Erano le 8 e 22. Dato l’orario, la biglietteria era deserta e questo ci permise di comprare i biglietti in un batter d’occhio; che fortuna! Andammo verso la porta delle partenze, dirigendoci verso il binario numero uno. Eravamo nella sala d’attesa a cercare l’uscita giusta quando sentimmo il fischio di un treno che sembrava in partenza. Ci scambiammo un’occhiata di puro sconforto e ci precipitammo al primo binario ma era vuoto.“Nooo cazzo!” sussurrò Camilla vedendo l’ultimo vagone allontanarsi lontano come un lungo serpente sotto il sole estivo. Lei mi si appoggiò sfinita più dall’adrenalina che dalla fatica, ma ero troppo nervoso perché me ne accorgessi. Poi la voce femminile dello speaker annunciò lentamente:“Treno delle 8 e 21, destinazione Milano, è in arrivo al binario uno”. Non avevo fatto nemmeno in tempo a connettere che un treno si avvicinò lentamente sbuffando, i freni stridevano e si fermò lentamente.“Finalmente questi maledetti ritardi servono a qualcosa accidenti!” La ragazza al mio fianco che mi stringeva si girò verso di me sorridendo.“Ma non è quello per Milano questo, scusa?” dicevo con tono interrogativo;“Ma possibile che debba dirti sempre tutto? Allora, il treno è per Milano, ma si ferma anche a Verona, che è dove vogliamo andare... giusto?”“An! Eh oh! Capita su”.“ Prima le miss” le dissi porgendole la mano per aiutarla.“Ma che cavalieri che siamo oggi, prima la colazione, poi questo, tutto bene?”“Oh avanti! Sali e non fare troppe domande!”. Sorridendo la raggiunsi all’interno della carrozza.

domenica 24 gennaio 2010

Capitolo 4


"...Le palpebre erano pesanti come mattoni e tutto sembrava invitarti a dormire, anche il paesaggio che passava veloce dal finestrino..."

La carrozza su cui eravamo saliti era piuttosto vecchia, e si sentiva puzza di chiuso. I nostri posti erano i numeri 15 e 16, cercandoli arrivammo alla cabina numero 3.
“Allora, dal 7 all’11... no, il prossimo. Eccolo qua Camy, è il nostro scompartimento: dal 12 al 17!”.
Aprii a fatica la vecchia porta di legno piena di polvere, sembrava che non fosse passato nessuno a pulire da tanto tempo. Intanto il lungo convoglio in cui eravamo saliti aveva cominciato a muoversi lentamente e in quel momento era uscito dalla stazione di Vicenza incamminandosi per il viaggio. Quando finalmente riuscii ad aprire con difficoltà quella porta mi scostai, lasciando spazio alla ragazza che era al mio fianco.
“Addirittura! Quale onore! Come mai tutte queste attenzioni, non è il mio compleanno!” Avanzò due passi incerti dentro al vecchio scompartimento.
“Ti ho detto di non fare domande. Questa mattina mi sono svegliato di buon umore, ecco tutto. Mamma mia, avrà più del doppio della mia età questa carrozza!” Camilla annuì lentamente mentre sprofondava in uno dei comodi sedili ai lati dello scompartimento, di fianco al finestrino.
Dopo di lei entrai anch’io, testai la comodità dei sedili e poi misi il leggero zaino sul porta bagagli.
“Allora, che si fa mentre non arriviamo a Verona?” Chiesi guardando fuori dal finestrino.
“Mah, io avrei intenzione di leggermi un pochino Vogue e poi boh, non so neanche io. Sinceramente non mi sono organizzata benissimo. Tu?”. Si girò verso di me fissandomi dritto negli occhi. In quel momento la carrozza era deserta, l’unico suono udibile erano le sue ultime parole, quasi sussurrate, e il suono ovattato che proveniva da fuori. Ero perso nei miei pensieri, sognavo ad occhi aperti, ma il suo sguardo interrogativo e insistente mi riportò al presente.
“Io? Non ho niente, questa mattina mi sono fatto lo zaino di fretta perché ero un pochino in ritardo. Adesso guardo cosa esce dal mio cilindro magico”. Mi alzai pigramente dalla comodità del sedile, presi lo zaino e di nuovo mi risedetti. Lo aprii e cominciai a spulciare le varie tasche dello spazioso Eastpack.
“Allora, vediamo cosa offre oggi il bazar. Coperta, rigorosamente nera, nel caso capitassimo in un parco, bottiglietta d’acqua, sete?” Parlavo come una di quelle checchette che fanno le televendite alla tv per signore anziane che se ne stanno a casa tutto il giorno, stile Eminflex o Mondial Casa.
“No grazie riky”. Proseguii nello stesso stile:
“ Poi… portafogli, beh ovvio, e ancora... iPod!? Che ci fa qua dentro? e ancoraaa... Carte da briscola! Olè!” Imitai un'ola fatta da ultras, per poi dileggiarmi in un’imitazione stridula del tifo da stadio.
“Ahahah, scemo!Ti è mai venuto in mente di andare a fare provini per un circo? Saresti perfetto!”. Aveva un’espressione molto divertita dipinta in faccia e questo mi spinse a continuare la piccola scenata.
“Non ancora. Al circo non ho fatto richiesta, questo è vero; in compenso però sono talmente famoso da aver ricevuto l’invito, ovviamente declinato educatamente, da un paio di manicomi. Mi avrebbe fatto piacere rivedere un po’ di lontani parenti”. Espressione e gesti fatti rendevano la cosa comica e buffa. Andai avanti a fare lo stupido per 5 minuti, dopo di ché le idee cominciarono a venir meno e il teatrino chiuse baracca e burattini.
“Parlando di cose un attimo più serie, e meno da venditori di tappeti nelle televendite, come mai il tuo ragazzo non ci ha seguiti?”. Decisi di rompere così il silenzio che ormai da un paio di minuti opprimeva il piccolo spazio, facendo più rumore dello sferragliare delle ruote sulle rotaie. Era il classico silenzio d’imbarazzo che ti opprime e che ti martella dentro. Tanto, troppo.
“Perché non c’è nessun ragazzo, ovviamente. Pensano tutti ad una cosa sola, e non è certo il sentimento. Vogliono tutti Quella e te lo sbattono pure in faccia! Però, dicendola tutta uno che mi piace ci sarebbe. Purtroppo se ne sta sul suo piedistallo tutto d’oro, lassù, solo soletto a guardare la povera gente sotto di lui e a ridersela di gusto”. Le parole potevano sembrare trasudanti di disprezzo e dette con un po’ di amarezza, io invece ci leggevo qualcosa di meglio. Ci leggevo affetto, tanto affetto. Mentre ne aveva parlato le si erano illuminati gli occhi, proprio come se ne fosse innamorata.
“E non mi dici chi è?! No, non puoi, io sono Riccardo, non mi si può nascondere nulla”.
Era vistosamente arrossata alla domanda, un po’ mi sentivo in colpa ma la consapevolezza del fatto che ci fosse un buon motivo per arrossire prese a calci nel fondoschiena il senso di colpa e, come un buttafuori, se lo caricò in spalla e lo gettò in una pozzanghera subito fuori dalla porta sul retro.
Mi guardò dritto negli occhi, fissandoli come se volesse dirmi il nome oggetto del discorso con il pensiero. Proprio quando stava per aprir bocca e confessare, il suo sguardo cadde a terra, inciampando in flebili e impercettibili parole, cercando il nome sul pavimento consumato dal tempo e dai piedi di chissà quanti pendolari. “Non penso proprio troverai il nome scritto qui sotto da qualche parte sai. Tranquilla, se non vuoi dirmelo, non importa, dopotutto sono affari tuoi. Non ho nessun diritto di immischiarmi in faccende che non mi riguardano”. Cercai di essere il meno convincente possibile.
Alzò lentamente lo sguardo verso di me si alzò e poi inaspettatamente mi si siede sulle ginocchia e comincia a baciarmi avidamente. Mi aveva preso in controtempo quando aveva timidamente insinuato la lingua tra le mie labbra. Cominciai ad accarezzarle i capelli morbidi, poi il collo, il suo dolce calore mi cullava.
“Riky, mi ascolti?!” L’immagine si offuscò d’un tratto e come una nuvola di fumo bianco svanì, lasciando spazia alla realtà ed a una Camilla un po’ più in là di prima. Il tutto tra le proteste sonore del pubblico che urlava alla truffa e voleva il rimborso di un biglietto mai pagato minacciando di contattare il titolare.
“Cosa? No scusami, non ti seguo... dicevi?”.
“No è che... Non so neanche io che cosa provo realmente per lui, sto ancora cercando di riordinare le idee. Capisci?”.
“Beh, più o meno è la stessa situazione che sto vivendo anch’io. Lo so, non è il massimo, ma ci vuole la pazienza di riordinare le idee e capire cosa ti gira per la testa”.
Non avendo altro da dirci Camilla continuò a leggere il suo Vogue fino a consumarne le pagine e io tirai fuori l’iPod. Dopo tre canzoni arrivò l’abbiocco. Le palpebre erano pesanti come mattoni e tutto sembrava invitarti a dormire, anche il paesaggio che passava veloce dal finestrino.
“Tu non hai sonno Camy?”. Domandai tra uno sbadiglio e l’altro.
Nessuna risposta.
“Camy!”.
Niente. Così mi alzai a sedere, per poi accorgermi che anche lei doveva essere sull’assonnato, dato che dormiva beatamente come un angioletto con la sua rivista sul grembo.
“Lo prendo come un si”. Cerc

lunedì 11 gennaio 2010

Interrogazione d’apnea


Era una gelida giornata di dicembre, più precisamente sabato 20 dicembre, ultimo giorno prima delle vacanze, così tanto agognate. Ormai ero in prima al liceo Quadri da quattro mesi e mi ero abituato ai venerdì passati a studiare quegli stra-maledetti appunti di Geografia. Avevamo il professore più infimo, bastardo e soprattutto stronzo della scuola. Pasquale Trogu. Ma il venerdì prima era stato diverso. Trogu seguiva uno schema ben preciso: un giorno interroga, un giorno spiega, un giorno interroga, un giorno spiega, e così è stato per tutto il tempo. La lezione precedente aveva interrogato, quindi era scontato che oggi dicesse i voti agli interrogati e andasse avanti a spiegare, soprattutto prima delle vacanze, in modo tale da darci i compiti. Fattostà che non avevo aperto libro e quindi non ero assolutamente preparata.
Carolina discuteva animatamente con Laura, la mia vicina di banco, durante il movimentato cambio dell’ora. C’era chi nervosamente studiava, secondo me inutilmente, gli appunti del professore, c’era chi rideva, scherzava, c’era chi, come Kristian, urlava le peggiori cose. 'Leo, fidati! Quello oggi fa lo stronzo e interroga, fidati! Non ha il cervello di una persona normale , è una macchina da omicidio studentesco! GODE delle facce spaventate degli interrogati!' mi diceva, anzi urlava dato il casino, sicura di essere nella ragione.
'Ma è impossibile Kri! Non avrebbe senso. Se oggi interrogasse, ci lascerebbe senza nulla da fare nelle vacanze, ed è inconcepibile per un sadico come lui! Credi a me. E poi non PUÒ interrogare, non DEVE interrogare! Non so neanche di cosa si parla! Ieri sono uscito, figurati se dopo un’interrogazione mi metto a studiare'.
'Fossi in te, ripasserei, tanto per non prendere 3'. In effetti, aveva ragione, meglio sapere almeno di cosa si parla.
'Uhm, hai ragione in effetti. Va beh, mi passeresti i tuoi appunti per favore?'. Tirò fuori gli appunti dalla cartella per poi passarmeli. Mentre leggevo a mala voglia inutili dettagli sulle sconosciute popolazioni della regione desertica araba, sentivo il putiferio che imperversava nell’aula e cercavo di non farci caso. La campanella era suonata ormai da circa cinque minuti e tutti cominciavano a sedersi, ordinare i banchi due a due, in file allineate alle piastrelle del pavimento, a mettere sul banco atlante geografico, blocco per gli appunti, penna nera e rossa. Così voleva Trogu, e ogni volta, con molta riluttanza da parte della classe, era così. Quando tutto fu a posto il silenzio era tombale. I miei compagni sembravano statue di cera, apparte Seve ovviamente, che se ne stava tranquillamente appoggiato al muro a mandare messaggi, quasi appartenesse a un altro mondo. Pasquà (come amavamo chiamarlo alle sue spalle) arrivò dopo qualche minuto dall’inizio del silenzio. L’atmosfera era tetra: la poca luce invernale che si scorgeva tra una nuvola e l’altra riempiva la stanza di una luce grigio perla. Pasquà entrò con la solita faccia corrugata e tutti gli studenti, o quasi, rimasero impietriti a guardare ogni mossa del professore. Finalmente esordì con il solito “Buon giorno ragazzi”. La classe rispose con un mormorio poco convinto, che fece corrugare ancor di più il suo muso. Si sedette sulla solita sedia coi braccioli tirando fuori dalla borsa di cuoio il libretto rosso per le interrogazioni.
'Calcolatrice! Per favore..'. Nessuno però si alzò. 'Avanti ragazzi, il professore non vi mangia mica!' ancora niente. 'Uno di voi si alzi o vi faccio passare le pene dell’inferno!' digrignò indiavolato. Guardai Kristian, Laura, Giovanni, nessuno sembrava avere intenzione di mollare. Poi incrociai lo sguardo con Zopp, implorandolo con gli occhi di alzarsi. Finalmente recepì il messaggio e con molta svogliatezza si alzò, con la calcolatrice in mano. Trogu alzò a malapena lo sguardo dal quadernetto rosso delle interrogazioni, tendendo la mano verso Matteo, in attesa della calcolatrice. Comunicò i voti ai diretti interessati, ovviamente con le solite battutine di ruotine per sfottere ed umiliare. Quando arrivò il momento di mettere nella borsa il quadernetto rosso ci guardò negli occhi, con un sorrisetto che non capivo. Girò pagina, trovandone una bianca. Il gelo più totale calò sulla classe, mi si fermò il cuore per qualche secondo. Avevo due fanali al posto degli occhi, sgranati in direzione della cattedra. Laura si fece sfuggire un’imprecazione facendo ridere sotto i baffi quelli che erano vicino a noi. Tutti erano terrorizzati, tranne qualcuno che non aveva compreso bene la situazione o che se ne fregava. Dopo qualche minuto di suspense chiamò i ragazzi da macellare:
'Bene... Fanchin, poi... vediamo... beh, scontato, Ristov... e... chi ancora? Qualche volontario? No eh... allora Faggionato'. Ero io, Faggionato ero io.
Cercai di far tornare in mente tutto ciò che mi ricordavo, di quello che avevo appena letto. Ma il vuoto più totale albergava nella mia mente, tranne qualche “passero solitario” che si aggirava per la testa, cercando un nido che non c’era. Insomma, non ricordavo nulla. Era la prima volta che andavo in blocco. Forse perché all’ultima lezione ero stato assente, e quindi non avevo avuto neanche l’opportunità di seguire la spiegazione. Mi calmai, e poco a poco gli uccelli della mia testa tornarono al nido. Cercavo di indurre a qualcuno la tentazione di fare una domanda, tanto da allungare il brodo, sperando di prendere tempo e magari dare una sbirciatina agli appunti. Guardavo disperato Seve, ottimo partito in queste situazioni. Lui capì all’istante la situazione e mise in tasca il cellulare.
' Scusi prof... ' Esordì. 'Come compiti delle vacanze dobbiamo studiare approfonditamente gli appunti, giusto?'
Non so se pazzia, sconsideratezza, autolesionismo, caparbietà o la più completa stupidità lo abbia spinto a fare la domanda. Ricordarsi, 1° regola: mai chiamare “prof” Pasquà! Pena? Decapitazione pubblica. Così fu. Trogu alzò lo sguardo da registro e “libretto rosso”. Lo sguardo era indescrivibile, rabbia, follia, odio profondo, disgusto. Tutto era dipinto in faccia, dando vita a un mostro.
'Perdona il professore, Seveglievich, non ho sentito bene la domanda. Era per caso: “Scusi prof, Come compiti delle vacanze dobbiamo studiare approfonditamente gli appunti, giusto?” o mi sbaglio?'.
Il povero Seve sbiancò. Forse si era reso conto del madornale errore ora commesso. Ma era ormai troppo tardi, la situazione era irrecuperabile.
'Si prof, così mi posso regolare'. No non si era reso conto dell’errore. Era sbiancato per il tono, forse. Trogu si alzò, molto lentamente, andando verso la vittima.
'Seveglievich, professore, io sono un professore! Ricordatelo, non prof! Se vuoi chiamarmi puoi dirmi professore, signor Trogu, professor Trogu. Di certo non con un semplice prof. Tu chiameresti tua mamma “ma”, oppure il tuo compagni di banco Sogaro, So?'
Seve ora aveva un sorrisetto dipinto in faccia. 'Beh prof, se capita forse si, dipende dalle situazioni'. Trogu arrossì e gli urlò contro qualcosa di irripetibile per poi andare a sedersi. Il tempo preso era poco. Il teatrino era durato non più di 10 minuti tra una risposta e l’altra. Tutti parlottavano tra loro, scambiandosi idee e pareri sull’accaduto, facendo perdere altro tempo a Pasquà, che ora ero costretto a pretendere il silenzio per continuare con l’interrogazione. Tra un richiamo e l’altro eran passati 20 minuti dall’inizio della lezione. Ogni minuto che passava sudavo sempre di più, leggevo nervosamente gli appunti di Laura, in preda ad una smania di origini sconosciute. Di solito ero calmo e freddo, non lasciavo trasparire emozioni, ma quel giorno niente, una disperazione. Trogu finalmente riuscì ad avere l’attenzione della classe e a ristabilire quell’atmosfera di terrore che regolarmente aleggiava tra le mura dell’aula.
'Bene, dopo questa lunga ed inutile digressione possiamo iniziare ad interrogare?' il silenzio tombale era un si, anche se poco convinto e voluto. 'Bene. Iniziamo con Carolina, come mai la Regione des... '.
Bussarono alla porta. Regola numero due: mai interrompere Pasquà mentre parla.
'Avanti! Ma è mai possibile che non si riesca a fare un’interrogazione in santa pace!?'.
Entrò una bidella che esordì salutando la classe. Aveva un foglio in mano con sopra scritto qualcosa, portava la firma del preside, quindi doveva essere qualcosa di importante. Pasquà era stato chiamato in presidenza per chissà quale motivo, e doveva andarci subito! Sentita la notizia la classe esultò in religioso silenzio e io, personalmente, ringraziai il cielo con silenziose acclamazioni da stadio. Il professore bofonchiò qualcosa sotto voce, chiedendo alla bidella di rimanere qui in classe a “controllarci”. Quando Trogu uscì scoppiò il pandemonio. Tutti si alzarono esultando, in primis noi tre interrogati, che grazie a questo o quell’altro motivo eravamo riusciti a rimandare l’ecatombe. Passai il tempo a studiare intensamente, cercando di immagazzinare il più alto numero possibile di nozioni, ma con scarsi risultati. Purtroppo per noi tornò dopo pochi minuti, troppo pochi per rimandare l’interrogazione. Quando tornò in classe era furente, il suo grosso naso era diventato dello stesso colore delle guance: bordeaux. Si sedette sulla sedia è sbuffò rumorosamente.
' Dicevamo? Ah si, Fanchin, come mai la Regione Desertica Araba assume tal nome? E quali sono le caratteristiche umane e del territorio? Velocemente per favore, il tempo stringe!'.
Carolina iniziò a parlare molto nervosamente. Purtroppo andava sempre così, studiava, si applicava, ci metteva l’anima, ma non riusciva a sbloccarsi. Non stavo ad ascoltare ciò che diceva, ero concentratissimo su appunti, libro, atlante, stampe si Cartografia. Dai bisbigli di Laura, che era la sua migliore amica, sembrava che avesse risposto in maniera eccelsa, “buon per lei” pensai tra una nozione e l’altra. Ora il testimone era stato passato a Kristian. Ovviamente il professore non perse l’occasione di far pesare il fatto di essere straniero, il solito stronzo. In ogni caso anche Kri fece la sua solita figurona, malgrado Pasquà si fosse dilungato parecchio in domande su parte del programma passato. Mancavano due minuti al suono della campanella della ricreazione, ormai ero sicuro di averla scampata, sicuro che mi interrogasse nella prossima lezione.
'Molto bene Ristov, davvero ottimo. Direi che oggi è stata una buonissima interrogazione, sono soddisfatto. Ora speriamo che Faggionato non rovini tutto'.
Regola numero 3: mai dare niente per scontato.
Ebbene si...mi aveva fregato. Mi si gelò il sangue nelle vene, ma rimasi impassibile, quasi a voler dimostrargli di non avere nulla da temere. Avevo studiato tutto in quel tempo, ed ero sicuro di farcela.
'Bene, Leonardo, risposta secca, dato che non abbiamo tanto tempo. Perché la regione presa in esame fin’ora, era la più adatta ad ospitare una mentalità, una popolazione, una religione, mussulmana?'. No perché proprio a me?
Il mutismo e l’incredulità calarono sulla classe, esterrefatta dalla domanda. Perfino, l’uomo eccellenza della classe guardò Pasquà con occhi sgranati. Me l’aveva fatta. Non era scritto da nessuna parte, non l’aveva mai menzionato o lasciato intendere. Queste erano le sua classiche domande “di ragionamento”. Cercai di sputare le prime cose che mi vennero in mente, ma servì a poco. Dopo 2 minuti di agonia la campanella suonò.
'Niente eh? Bene, arrivederci a tutti e mi raccomando: studiate. Non fate come il vostro compagno qui.'.
Scattai in piedi come una furia, mandando a gambe all’aria la sedia e il tipo dietro di me. Laura mi prese il braccio, guardandomi con occhi come per dire “no, non ne vale la pena”. Mi scusai con il compagno e mi risedetti. Furente.